La sanità è un bene comune

“…l’assistenza sanitaria non è una merce del mercato ma un bene comune.”: lo afferma la Commissione sui Determinanti Sociali della Salute dell’OMS.
I dati statistici dicono che la speranza di vita in buona salute è inversamente proporzionale alla percentuale di spesa privata sul totale della spesa sanitaria: significa che collocare un bene come la sanità dentro le logiche della privatizzazione va a danno della salute dei cittadini.
Ci sono beni, e la sanità è tra questi, che devono essere sottratti alle logiche commerciali ed economiche, beni per i quali i fini non è il profitto ma l’uso condiviso. Eppure, le politiche europee e nazionali vanno in tutt’altra direzione, e i diritti essenziali vengono progressivamente trasformati in privilegi.
Processi di aziendalizzazione fanno sì che i direttori generali abbiano il potere di disporre del bene, che può essere alienato o privatizzato, senza che la comunità, fatta di coloro che dovrebbero essere i veri proprietari di quel bene, abbiano voce in capitolo.
E così, anche a Messina si sta verificando che un presidio ospedaliero, collocato in centro città, con un’utenza prevalentemente anziana, facilmente raggiungibile da donne in gravidanza o partorienti, da stranieri residenti sul nostro territorio, da cittadini sprovvisti di mezzi privati e costretti a muoversi a piedi o con l’uso dei mezzi pubblici, paghi il prezzo dei tagli e della visione produttivistica e aziendalistica che inquina ormai tutto l’orizzonte dei servizi essenziali e dei diritti fondamentali.
L’accorpamento del presidio Piemonte con l’Istituto Neurolesi sembra a molti una soluzione valida, l’unica che concili il bisogno di scelte improntate ai criteri dell’economicità con la salvaguardia del nosocomio di viale Europa. Eppure, non siamo convinti che, quando si ha a che fare con beni essenziali come la sanità, ci si possa accontentare del male minore. Ci chiediamo, soprattutto, come questo possa essere fatto senza tenere informati i cittadini su ciò che si sta decidendo sulle loro teste. Capiamo che la logica aziendale funzioni così: ma è proprio a questa logica che va la nostra opposizione politica.
Per questo, CMdB aderisce alla manifestazione del “Comitato salviamo il Piemonte” e invita la cittadinanza tutta e quanti, dai Nebrodi a Taormina, dalla Calabria alle Eolie, hanno, nel corso degli anni, usufruito del presidio. Così come fatto il 22 marzo, il nostro movimento ribadisce la netta contrarietà alla chiusura di un presidio strategico sia per l’assistenza sia per l’emergenza-urgenza sia per la protezione civile.

Il lentissimo e progressivo smantellamento, cominciato nel 2009, ha visto susseguirsi tante ipotesi, e moltissime sono state nel tempo le risorse (sulle quali sarebbe bene indagare) spese nella ristrutturazione.

Dal 2009 erano stati promessi al presidio Piemonte dall’Assessore regionale alla sanità pro tempore 121 posti letto, poi 78, poi un polo materno infantile (visto anche il numero di parti doppio rispetto al presidio Papardo e simile a quello del Policlinico nonostante il numero inferiore di posti letto); è seguito il blocco della rete ospedaliera per un anno (qualche mese fa), il calo dei posti letto a 45 e l’ipotesi della soppressione del punto nascita. Nel frattempo, cliniche private annunciano “investimenti produttivi”: come se il diritto alla sanità fosse una merce da sottoporre alle stesse leggi delle altre merci.

In merito alla possibile soppressione del punto nascita, tra l’altro, neanche il criterio di efficacia ed efficienza può essere tirato in ballo: secondo questa logica, infatti, sarebbero i punti con meno di 500 parti, semmai, a dover chiudere, non certo un presidio che fa mille parti all’anno.

Molti fra quelli che hanno sponsorizzato l’idea di accorpamento all’IRCCS Neurolesi, non hanno chiarito:

– che destino avranno i dipendenti del Piemonte già trasferiti d’ufficio al Papardo in questi anni senza aver mai potuto partecipare ad un avviso di mobilità volontaria;

– quale destino per il rimanente personale visto che il DL in discussione in commissione non fa riferimenti al personale né cita “Ospedale Piemonte ” all’interno della denominazione del futuro ente;

– chi fornirà l’assistenza territoriale a quanti usufruiscono del presidio in mancanza di una rete territoriale efficace ed efficiente che tuteli in modo adeguato una popolazione anziana e malata;

– come viene gestita l’attuale convivenza di ambulatori di due aziende visto le disparità in atto: il Neurolesi si è subito attivato con un suo ufficio ticket mentre i pazienti dell’AOOR Papardo Piemonte devono scendere al presidio Piemonte per vidimare le impegnative.

Tutti questi elementi la cittadinanza non può non averli. Un ospedale pubblico è possesso di tutti i cittadini. Delle sue sorti devono poter decidere tutti i cittadini.

Ivana Risitano – Consigliera Comunale Cambiamo Messina dal Basso
Federico Alagna – Portavoce Cambiamo Messina dal Basso
Movimento Cambiamo Messina dal Basso

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