La dignità di restare umani

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Sono le 17:47 di mercoledì 30 gennaio 2019.

Dopo 12 giorni in mare, di cui 5 fermi ad un miglio dalla costa a Nord di Siracusa, arrivano le disposizioni per le operazioni di sbarco. La Sea Watch 3 navigherà fino al porto di Catania ed è lì che sbarcheranno i 47 migranti, tra cui 15 minori, salvati dell’equipaggio della ong dopo l’ennesimo naufragio nel mar Mediterraneo.

Vivo a Siracusa ormai da quasi due anni e la città, nota in tutto il mondo per le rappresentazioni classiche al Teatro Greco, presenta grossomodo le stesse problematiche di una qualsiasi città siciliana: la questione dei rifiuti, il problema delle periferie, le casse comunali vuote che non permettono di far fronte alle problematiche più urgenti, come i servizi sociali. Negli ultimi anni sta vivendo una trasformazione quasi inaspettata, travolta da ondate di turisti che più o meno da aprile e fino ad autunno inoltrato, popolano le sue strade. Una città piena di contraddizioni e conflitti: partendo dalla bellezza inequivocabile dell’isolotto di Ortigia, a sud della città, basta allontanarsi e spostarsi verso la zona Nord per pensare di trovarsi in un posto completamente diverso, che sia la zona delle più moderne costruzioni o la periferia dimenticata. Non sto scrivendo questo per introdurre un trattato di antropologia urbanistica, ma per far capire ai non sicuracusani che leggono queste righe come la mobilitazione di questi ultimi giorni in solidarietà alla Sea Watch 3 sia stata sorprendente nella sua normalità e ostinazione, e non frutto di chissà quale percorso storico di grandi proteste. Siracusa non si può nemmeno definire tradizionalmente meta di sbarchi, al contrario delle più vicine Augusta e Pozzallo. Eppure, sin dai primi istanti in cui la Sea Watch 3 è attraccata al largo delle coste della Targia, una rete di associazioni, il sindaco e la giunta comunale, sindacati, la curia e il vescovo, singole parrocchie, tutte realtà che da anni, silenziosamente, svolgono un indispensabile lavoro di accoglienza, integrazione e monitoraggio sul territorio, hanno fatto sentire la propria voce. Ma soprattutto centinaia di cittadini, siracusani e non, hanno preso parte ad un qualcosa che difficilmente si può raccontare a chi non era presente: non si parlerà di grandi numeri, sicuramente, ma si tratta di quelle piccole resistenze che in questi tempi di rapido odio da tastiera sono ben più di un semplice barlume di speranza. Un presidio permanente di 6 giorni ha invaso quella spiaggia, dalla quale la nave si poteva vedere perfettamente ad occhio nudo senza dover strizzare gli occhi per mettere meglio a fuoco: era lì, davanti a chi era pronto ad ascoltarla, l’umanità che bussava pesantemente alle nostre porte. Un presidio che, dalla mattina, si è poi trasferito in piazza, con le associazioni, i singoli cittadini, i sindaci della Sicilia e dell’Italia intera che si sono voluti unire a questo piccolo grande coro – compreso un Mimmo Lucano via telefono sempre guerrigliero e mai sconfitto – fino all’ultima sera con la veglia nel Duomo di Ortigia, stracolma di gente, indetta dal vescovo Pappalardo e dove parole dure, durissime sono state pronunciate, identiche a quelle dei giorni prima. A testimoniare il fatto che esiste, al di là della rappresentazione e dei sondaggi che lasciano il tempo che trovano, non solo a Siracusa ma in tutta Italia, una comunità che resiste e che fa leva sui valori fondanti della nostra Costituzione, sui più basilari diritti umani dell’uomo, e che grida a gran voce il suo no, noi non ci stiamo a quelle politiche di propaganda d’odio e di paura che prendono voti sulla pelle di essere umani che hanno avuto la sfortuna di nascere nella parte più povera del mondo.


Questo episodio della Sea Watch 3 non è stato il primo e non sarà l’ultimo. Si continuerà a giocare un nauseante braccio di ferro su chi deve avere più responsabilità, sui numeri, su chi deve venire prima e chi dopo. Ci saranno altre imbarcazioni che saranno bloccate a pochi metri dalle nostre case, e altre che affonderanno nel Mar Mediterraneo, continuando ad ampliare il più grande cimitero a cielo aperto della storia dell’umanità.


Ma in questo caso,  come in tutti quelli che seguiranno, c’è sempre qualcosa da imparare. Come hanno detto i due legali saliti a bordo della nave in una prima delegazione di soccorso, sono queste 47 persone ad averci insegnato qualcosa. Perché avrebbero potuto fare qualsiasi gesto, come una sommossa a bordo o gettarsi in mare come tentativo disperato di sbloccare la situazione. Invece, di fronte ad una sedicente democrazia moderna, che trattenendoli per giorni in mezzo al mare ha violato i loro diritti fondamentali, hanno mantenuto la loro dignità.

Ecco, la lezione che dovremmo imparare:

la legge della dignità umana di fronte ad una colossale ingiustizia.

E sarà la storia a darle ragione.

Darà ragione a quelle 47 persone, a quelle già arrivate, a quelle che arriveranno.

A quelle che non ce l’hanno fatta.

Nel frattempo, resistiamo.

Restiamo umani.

Valeria Grimaldi