Rapporti tra Europa e Islam “oltre” Lepanto

Fin dalla nascita dell’Islam si è avuta spesso una visione globale dei conflitti europei come di una battaglia continua tra blocchi contrapposti e mai in nessun caso convergenti e comunicanti. In realtà, se consideriamo una visione d’ampio respiro dell’Europa del XVI secolo, sono tanti gli esempi che dimostrano come, più verosimilmente, Cristianesimo e Islam non fossero soltanto due religioni, culture e tradizioni condannate per natura a scornarsi tra loro, ma anche due realtà impegnate in uno scambio reciproco e costante in senso sia commerciale che culturale.

A sostegno di questa tesi Alessandro Barbero[1] riporta alcuni aneddoti utili a farci comprendere come, al di là delle questioni politiche, le culture e gli interessi economici permeassero la realtà storica del secolo in maniera decisiva: i rapporti tra la Repubblica di Venezia, potenza che più tra le altre si ritrovò a rapportarsi con l’ormai potentissimo Impero Ottomano, erano politicamente quelli di un conflitto molto forte, ma i relativi governanti sin intimavano fra loro considerazioni che somigliavano molto a “facciamoci la guerra, ma i mercanti lasciamoli commerciare”. In questo senso, Barbero “libera il campo da queste interpretazioni erronee, sottolineando che Lepanto fu solo un evento all’interno di secolari rapporti politici e economici tra i due mondi e che certo non determinò la fine di quei rapporti e la risoluzione dei conflitti”[2].

Il pittore della Repubblica Veneziana Tiziano Vecellio (1480 -1576) ha più volte raffigurato il sultano Solimano, proprio perché la sua figura suscitava grande impressione e fascino nell’immaginario delle potenze occidentali dell’epoca.
In quel contesto Messina fu indirettamente protagonista del conflitto che venne a crearsi tra la Lega Santa (creata da Pio V con lo scopo di bloccare l’espansione dell’Impero Ottomano) e  il successore di Solimano, Selim II. Fu infatti nella città dello Stretto che nel settembre 1571 si riunirono le flotte mandate dalla Spagna (79 galere), da Venezia (50), da Genova (28) e quelle dello Stato Pontificio (12), per dare inizio alle azioni di guerra che sarebbero poi culminate con la famigerata battaglia di Lepanto: la causa scatenante, oltre alla paura di un dilagarsi incontrollato dell’Islam da parte del blocco cristiano, fu la perdita di Tunisi, Cipro e della veneziana Femagosta.
Fu così che:

Il 7 ottobre 1571, nelle acque del golfo di Patrasso, si verificò quella che la cristianità salutò come un miracolo. La vittoria di Lepanto, ottenuta contro la temibile armata navale di Uluj-Ali, fu davvero grandiosa: delle 230 galee turche 80 erano state affondate e 130 catturate; pochissime erano fuggite all’accerchiamento. Un diluvio di scritti, di poemi, di opuscoli e di opere celebrative d’ogni tipo invase il mondo cristiano [3].

 

Sia Franco Cardini che Barbero, ponendosi in contrasto con la storia istituzionale, fanno una riflessione sull’effettiva efficacia che ebbe il conflitto: in effetti la portata e la grandezza militare della battaglia fu enorme, così come l’inequivocabile valore simbolico. Ma si trattò di una “partita” senza vincitore né vinti, dato che Cipro era poi rimasta agli Ottomani, e il blocco occidentale continuava a restare sulla difensiva dato l’immediato riorganizzamento della flotta turca: la parabola discendente vissuta dall’impero ottomano nel corso del secolo successiva non può essere stata scatenata solo dalla grande sconfitta “psicologica” di Lepanto,  ma deve essere vista come una crisi che coinvolse all’epoca tutti i Paesi affacciati nel bacino del Mediterraneo in seguito allo spostamento dei commerci verso le rotte internazionali.

L’argomento, quindi, seppure ampiamente discusso e documentato, lascia spazio ancora oggi a interpretazioni alternative e punti di vista meritevoli di approfondimento.

Di Giacomo Ferraro e Maddalena Monserrato Cortese

[1] A. BARBERO, Lepanto. La battaglia dei tre imperi, Laterza, Roma, 2012.

[2] F. CARDINI, Recensione a  A. BARBERO, Lepanto. La battaglia dei tre imperi, Roma, 2010, in Avvenire, 20/11/2010.

[3] F. CARDINI, Europa e Islam, Storia di un Malinteso, Ed. Laterza, Roma-Bari, 2010, p. 242.

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