The black saint

Facebooktwitterpinterestlinkedinmail

C’è un tempo per tutto, dicevano.

Si cresce, dicevano.

Si progredisce, dicevano.

Si dicono tante cose, eppure se ne indovinano poche, tanto che molto spesso l’obiettivo fine ultimo del parlare è quello di dare fiato alla bocca.

Siamo nel 1962, alla Town Hall di New York, quello che doveva essere un concerto epocale si è trasformato in un fiasco di dimensioni bibliche, condito di violenza, pugni in faccia al trombonista e danni per i quali l’autore del gesto è costretto a pagare una salata cauzione per la sospensione della pena.
Il protagonista di questa vicenda è uno dei più importanti e influenti musicisti del XX secolo, all’anagrafe Charles Jr. Mingus. Afroamericano nato in Arizona a Nogales, ha vissuto la sua vita in una continua e costante altalena tra l’insoddisfazione personale e la sua condizione di uomo di colore in un mondo perennemente razzista; difficoltà emotiva che spesso sfociava in comportamenti fuori dalle righe come quello alla Town Hall. Eppure, in quell’altalena, il nostro ha sempre trovato nella genialità creativa una sorta di espiazione, seppur passeggera, componendo alcuni tra i massimi capolavori della musica jazz, e uno dei capisaldi principali è “The black saint and the sinner lady”.
In questo album, Mingus esprime un messaggio carico di disagio: lui non accetta di essere solo, e vuole così essere accettato, vuole amare ed essere amato. Come diceva il suo analista, il Dr Edmund Pollock, autore delle note di copertina, “la sua musica è un appello all’accettazione”. Il disco è una sorta di fenomenologia della rivincita del popolo nero, confinato a un ruolo di inferiorità che lui non poteva accettare. In questo album, si susseguono quattro movimenti, facenti parti di un’unica suite. “Solo Dancer” è il primo, incalzante fin dall’inizio, in un’atmosfera surreale creata dai fiati che si scambiano continuamente in una sorta di inseguimento che viene governato dai cambi di ritmo della sezione ritmica. Il clima è forsennato fino alla parte finale, in cui una sorta di “apertura” emotiva di sax ci porta alla successiva “Duet Solo Dancer” che è una ballata apparentemente solare, ma che diventa tetra in un nonnulla, rappresentando una sorta di battaglia tra il santo nero e la peccatrice (del titolo dell’album), con quest’ultimo che riesce a separarsi da lei, causando nella successiva traccia una sorta di pianto della donna. Il lato B è composto da un’unica suite in tre movimenti di 17 minuti, caratterizzata dai continui cambi di ritmo e di intensità tipici della musica Mingussiana, che ci consegna uno dei massimi dischi del ‘900.

Ancora oggi, nel 2019, c’è bisogno di trovare una formula per debellare il razzismo. È questa la più grande sconfitta dell’umanità. Risulta chiaro che solo attraverso la cultura e il culto delle passioni si possa debellare il germe dell’ignoranza e del razzismo, perché è solo ricorrendo all’espressività artistica e allo studio che certi esseri abietti e gretti potranno essere ridicolizzati, non essendone dotati. Solo in un piano emotivamente superiore si può sconfiggere la pochezza intellettuale.

La musica, l’arte, lo studio della storia sono le uniche armi che possono colpire i vari Salvini e co. nella loro immensa ignoranza, un po’ come l’acqua santa per il Diavolo: dobbiamo tutti farci portatori fieri dell’uguaglianza, alla faccia dell’inettitudine che sovrasta chi purtroppo ci governa, senza un briciolo di umanità.