La luna rosa su Messina

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Secondo la tradizione mitologica cinese, la luna rosa, ossìa il colore che assume il nostro caro satellite durante l’eclissi, è sintomatica di un futuro che, in senso opposto a quello comune che si dà a questo tipo di gradazione cromatica, non sia roseo, ma anzi pregno di sciagure. La luna rosa non è nient’altro che un simbolo degli oscuri presagi.

 “La luna rosa”, come diceva il buon Nick Drake nel 1972, qualche anno prima di porre fine alla sua vita da artista incompreso (e solo successivamente, dopo la morte, eretto nell’Olimpo dei cantautori) “vi prenderà tutti”. Non lo sapeva Nick, non lo poteva sapere e probabilmente non conosceva nemmeno la città che sta sulla Falce in quella splendida isola (le coincidenze: “Island” era la casa discografica con cui fu prodotto “Pink Moon”) che tutti conosciamo, ma i suoi oscuri presagi sono adesso pienamente in atto, a queste latitudini. Volgendo lo sguardo intorno, c’è da dire che la tendenza negativa è per lo più italiana, ed è accompagnata da tanti fattori che la fanno da padrone da sempre più tempo, ahimè. La mancanza di fiducia nella politica, quella tradizionale e non. La mancanza di fiducia nell’umanità. Il prostrarsi unicamente al Dio denaro, dimenticando la cultura degli hobby, delle passioni, e dimenticando l’altruismo che dovrebbe essere la fonte primaria di ogni essere umano. Il confinare la cultura, che sia relativa all’arte letteraria, musicale, pittorica e di ogni tipo, a mero esercizio di stile e a corollario di una vita arida che non può lasciare spazio alla “creatività”, che pure dovrebbe essere fondativa di organismi che sono composti da materia organica, della quale però la fanno da padrone il cervello e il cuore.

Dicevamo della Falce. Di riflesso, questo processo di negatività e di mancata fiducia nel futuro prossimo e non (“L’ho visto scritto e l’ho visto dire/la luna rosa è in cammino”) non fa eccezione qui, e anzi se vogliamo è addirittura amplificato e colorato di nero. In barba a tutto ciò che dovrebbe essere, qui l’unica urgenza in atto, nell’opinione pubblica e specialmente da parte chi ci amministra, è quella di gridare a squarciagola, di esprimere con una violenza inaudita i propri slogan e promesse, passando sopra le sensibilità di cittadini, lavoratori e operatori sociali e culturali. Passando sopra le sensibiità e le fatiche con la stessa delicatezza che potrebbe avere un bisonte sui cristalli. Gridare, blaterare in funzione di un’unica stella polare: il potere e lo scaricabarile. Perché di questo si tratta: il fine ultimo non è la risoluzione e la prevenzione dei problemi, bensì la violenza verbale che amplifichi il proprio consenso elettorale sulla pelle della nostra amata città.

È proprio questo modus operandi che ha avuto e ha la meglio su chi si sforza di combattere tramite la parola e cercando di sensibilizzare ai problemi che stiamo vivendo. È proprio questo modo di fare che ha fatto soccombere gente come Nick Drake, additato, giudicato come un incapace per via delle sue debolezze più grandi: la timidezza e la sua depressione. Rivalutato solo post-.mortem (qui diremmo: “beddu piaciri!”) Eppure, anche lui in un contesto più che oscuro (eufemismo), nel ’72 cercava un po’ di ottimismo, nella splendida “Things behind the sun”. E tutti, forse, dovremmo seguirlo, per ricominciare a volare combattendo la timidezza e cercando di essere ciò che siamo.

Nick Drake “Things behind the sun”
‘Don’t be shy you learn to fly
And see the sun when the day is done
If only you see
Just what you are beneath a star
That came to stay one rainy day
In autumn for free
Yes, be what you’ll be’
‘Non essere timido, impara a volare
E vedi il sole quando il giorno è finito.
Se solo riuscissi
a vederti sotto quella stella,
che si era fermata (qui) in un giorno di pioggia
in autunno, senza chiedere nulla.
Sì, cerca di essere quello che sei.’