“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”

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“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Così recita l’art.1 della nostra Costituzione, tendendo poi la mano all’art.4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Qual era il senso “rivoluzionario” di questa formulazione delle e dei Costituenti? Mettere a fondamento della Repubblica non diritti e privilegi regali, nobiliari e di casta, ma la possibilità di ciascuno di contribuire con la propria attività al benessere della società.

Oggi, giornata in cui, per molti (per fortuna non per tutti) stancamente e con anestetizzato automatismo, si celebrano i lavoratori, la ricorrenza apre scenari sempre più inquietanti. Quanti hanno la possibilità, volendolo, di lavorare? Quanti invece sono disoccupati e vivono con frustrazione il non potersi garantire un’indipendenza economica? Quanti il lavoro lo hanno perso? Quanti sono sfruttati, in nero, sottopagati? Quanti sul lavoro si ammalano? Quanti sul lavoro perdono tragicamente la vita? Quanti sono molestati, offesi, ricattati, minacciati? Quanti hanno il diritto i scegliere il lavoro che si addice ai loro interessi, alle loro passioni? Quanti hanno orari di lavoro dignitosi, da poter coniugare col tempo libero e gli affetti? Per quanti il lavoro è collegato alla percezione di “contribuire al benessere materiale e spirituale della società”? 
E ancora: quanta memoria storica conserviamo dell’emigrazione del nostro popolo in cerca di lavoro, quando erigiamo muri, costruiamo fili spinati e lasciamo annegare in mare chi oggi bussa alle porte del nostro Paese in cerca di dignità? E quanto preziosa riteniamo ogni forma di attività, anche quella che non ha un immediato riscontro materiale e sfugge alle logiche ferree e violente di un’impostazione produttivistica e consumistica, che produce alienazioni, scarti e infelicità?

Cambiamo Messina dal Basso vuole avviare una campagna volta ad ascoltare il vissuto dei lavoratori. Non intende sostituirsi agli organi competenti, alla Giustizia o ai sindacati: intende piuttosto fornire, tramite un questionario sulle condizioni di lavoro in città, una possibilità di consapevolezza e di riflessione, che poi, a partire dal campione raccolto, si traduca in una riflessione collettiva politica e sociologica, ma anche in qualche modo esistenziale: si tratta infatti di comprendere insieme quanto quello che continuiamo a chiamare diritto sia spesso un privilegio, e quanto il modello di sistema economico capitalistico abbia reso anche chi ha la “fortuna” di lavorare uno semischiavo, costretto a rientrare nei meccanismi affannosi e disumanizzanti della produttività a tutti i costi, rotella dell’ingranaggio complessivo del sistema, facilmente sostituibile, spesso lontano dai propri reali interessi, inserito in un meccanismo che alla cooperazione predilige la competizione. Oggi vogliamo urlare il senso di ingiustizia di fronte al dramma di chi sul lavoro muore, di chi per il lavoro si ammala, di chi a causa del non lavoro o del lavoro stesso vive la frustrazione di essere lontana/o dal vissuto del benessere e dalla realizzazione della propria felicità.