Perché L’Altra Europa non decolla? Lettera all’Eurodeputata Eleonora Forenza

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Cara Eleonora,
sono passate alcune settimane dal nostro sopralluogo alla tendopoli del Palanebiolo di Messina e dal nostro abbraccio nella stanza del sindaco Renato Accorinti.

Intanto è accaduto che Alexis Tsipras, dopo aver vinto le elezioni in Grecia, ha varato un piano di rientro finanziario e combatte con i denti l’austerità imposta dalla Comunità Europea; in Italia, Renzi rafforza la sua leadership e il Partito Democratico, a livello locale e nazionale, raccoglie personaggi politici da ogni parte perdendo – di fatto – identità e memoria storica, e si allontana sempre di più dai cittadini, perché, mentre li blandisce, porta avanti il processo di sgretolamento dei loro diritti; la destra xenofoba e razzista si allea alla Lega che raccoglie consensi anche al meridione seguendo l’oramai apprezzata tradizione dell’onnipresenza nei media (TV, Radio, Web) del segretario pacioccone con la faccia da bravo ragazzo che omaggia il bel clima e il cibo del Sud (carota) ma “prima viene il Nord” (bastone).

Assistiamo giorno dopo giorno al sovvertimento di tutte le regole basilari della democrazia e allo sgretolamento progressivo dei diritti.

Il Jobs Act rimette tutto il potere nelle mani dei “padroni”, cancellando anni di lotte operaie e sindacali. La riforma della scuola crea la figura del Preside “padrone” e rende il corpo docente ricattabile e costretto ad allinearsi sulle posizioni più gradite al potere. La legge elettorale e la riforma del Senato di fatto liquidano la democrazia popolare (che agonizzava da un bel pezzo) e inaugurano ufficialmente la stagione dell’oligarchia. La crisi, nel frattempo, continua a mietere vittime, e l’anti-politica si alimenta dello scontento e della delusione di molti.

Ci si aspettava che sull’onda dell’entusiasmo L’Altra Europa mettesse da parte tutti gli esercizi di narcisismo partitico e valorizzasse quella forza dirompente che lo spirito di Syriza ha manifestato (era ancora necessario dimostrare che l’unione fa la forza?), la consapevolezza che solo con la cooperazione tra movimenti, società civile, semplici appassionati di politica e di impegno sociale, partiti di sinistra si può costruire un’alternativa e un vero movimento popolare confederale della Sinistra unitaria europea.

D’altra parte, se una ricercatrice precaria come te ha preso quasi 23 mila preferenze mentre la ministra all’università poco più di 3 mila … un motivo ci sarà.

Ma allora, perché L’Altra Europa non decolla?

Vi siete confrontati, su questo, con Curzio Maltese e Barbara Spinelli?

Noi abbiamo scelto di sostenere il progetto de L’Altra Europa perché abbiamo ritenuto fosse l’unica forza capace di esprimere, in Europa, un’opposizione responsabile alle politiche neoliberiste e a tutte le loro conseguenze. Abbiamo scelto di continuare a sostenerlo, accompagnando i suoi primi passi nel dopo-elezioni a Messina, perché crediamo che la vicenda greca sia paradigmatica di un percorso possibile anche in Italia: una crisi, la reazione dal basso, l’unione di più forze attorno ad una sinistra dei diritti, la vittoria di Syriza, l’inizio di un riscatto per un popolo e una nazione.
Abbiamo vissuto con disagio, sin dall’inizio, il clima competitivo tra le forze partitiche che ne facevano parte. Forse è più corretto dire: tra alcuni degli esponenti dei partiti che ne facevano parte. Abbiamo vissuto con tristezza – come quella che si ha per le occasioni perdute -l’assenza al suo interno, a Messina, di movimenti ambientalisti, o pacifisti, o cristiani.

Tuttora siamo convinti che l’orizzonte ideale in cui si colloca L’altra Europa, unito anche alla forte carica simbolica e politica del legame con l’esperienza greca, sia attualmente l’unico in cui possono collocarsi tutti coloro che hanno compreso la gravità della situazione in cui viviamo, e hanno individuato nel modello economico neoliberista la causa di profonde ingiustizie sociali, e nelle politiche e scelte governative degli ultimi decenni la radice di una crisi che molti, troppi, immeritatamente stanno pagando.

Eppure non nascondiamo l’amarezza di questi mesi. Lungi dalla volontà di fare la morale a chicchessia: ma temiamo siano marce le basi su cui stiamo gettando le fondamenta di questo progetto di sinistra unitaria, e se non ci interroghiamo profondamente, come singoli e come comunità politiche, rischiamo di sprecare un’occasione che poteva essere preziosa. Di un tale spreco saremo responsabili, come lo saremo di tutti coloro che avrebbero potuto avvicinarsi a quest’esperienza e invece ne sono rimasti distanti, o ne sono stati allontanati, o si sono allontanati perché non hanno trovato ciò che legittimamente cercavano.
Ciò che è accaduto al movimento Cambiamo Messina dal basso – e cioè che persone di età differenti, storie differenti, percorsi differenti, si sono messe insieme, e insieme sono rimaste; esponenti di partito hanno imparato a coesistere con persone avvicinatesi alla politica attiva solo in occasione della campagna elettorale di Accorinti; esperienze prima separate hanno iniziato a dialogare, e a partorire sintesi non banali – è la conferma che l’esperienza della comunità si può fare anche in politica; del resto, la parola compagni significa questo: condividere il pane, condividere la strada.
Quasi tutti i coordinamenti territoriali (e in particolare possiamo raccontarti ciò che stiamo vivendo a Messina) soffrono perché tante persone piene di rinnovato entusiasmo, di rabbia, con un’idea di Europa e di politica diversa – nuova, con nuovi strumenti, nuovi metodi, con le persone al centro di tutte le scelte – si ritrovano dentro giochi di partito, personaggi politici senza casa e in cerca di casa, coordinamenti provvisori che lavorano solo per sè.

Eppure, in molti hanno creduto nella nascita di un nuovo soggetto politico unitario capace di trascendere le esperienze minoritarie e di superare, con la propria inclusività, la frammentazione che ha spesso caratterizzato la storia della sinistra; e sono in molti a credere che una rinnovata esperienza di sinistra ha senso solo se non si limita ad essere la mera sommatoria di partiti e associazioni: essere insieme, essere una comunità politica, un insieme unitario, implica necessariamente un’interazione trasformante, la capacità di fare dialogare le differenze. Troppi sono i traumi che la sinistra ha subito, le sconfitte legate in parte alla forza dell’avversario, in parte alle proprie lacerazioni interne. Occorre osare un’unità dialettica, che non faccia piazza pulita delle appartenenze, che non annulli le identità e le storie, ma che le faccia incontrare, penetrare reciprocamente, coesistere in un equilibrio dinamico.

Sarebbe incosciente disperdere il patrimonio di forze aggregatesi in campagna elettorale. Sarebbe triste, però, che per restare insieme ci si limitasse a sacrificare parti di sé, annacquando le idealità: una sintesi profonda non ha nulla da spartire con un blando qualunquismo. E’ forse necessario fare un passo in più, dar prova di maturazione e responsabilità: provare a “camminare domandando”, distribuire meno anatemi tra compagni, mettere in discussione le rigidità, interrogare le liturgie e i codici consolidati, uscire dall’autoreferenzialità e dall’egocentrismo, non aver paura del vento che porta scompiglio nelle nostre stanze sicure, perché forse farà volare qualcuno dei nostri fogli e smuoverà le nostre tende, forse ci scompiglierà pure i capelli e ci metterà polvere negli occhi: ma farà entrare aria nuova, in movimento, salvandoci dalla morte per asfissia e dall’atrofia delle nostre liturgie autistiche ed autoreferenziali.

 

Se oggi abbiamo sofferenza mischiata a rabbia per il fatto che l’Altra Europa stenta a decollare non è perché siamo impazienti e non accettiamo la lentezza dei processi: si tratta, piuttosto, di uno stato di allarme, la percezione che ancora una volta si stiano verificando dinamiche che poco hanno a che fare con ciò che per noi significa essere di sinistra: essere cioè profondamente democratici, capaci di ascolto, attenti agli ultimi non solo quando hanno le tasche vuote, ma anche quando hanno un livello culturale e politico diverso dal nostro, forse più basso, ma non meno degno di cura. Se sinistra vogliamo essere – crediamo – non importa tanto che lo urliamo a gran voce, o che sventoliamo le nostre bandiere rosse: importa, piuttosto, liberarci di certe nostre presunzioni irremovibili, rispettare l’alterità, ascoltare tutto ciò che viene dal basso. Siamo profondamente convinti della possibilità che lo scambio reciproco possa creare processi di liberazione collettivi e altrettanto convinti che non possiamo permetterci di sprecare anche quest’altra occasione, prova di maturità per una sinistra troppo spesso divisa e litigiosa. Forse il 3 o 4 o 7 % non è solo frutto della nostra sacrosanta radicalità ideologica: forse è anche frutto di certi nostri fascismi interiori e comportamentali; forse ha a che fare, in parte, con la nostra difficoltà a visitare i mondi altrui, a scendere davvero in basso, a sperimentare la partecipazione effettiva con tutte la sua complessità, a osare linguaggi nuovi senza abbandonare i vecchi, a contattare l’altrui identità senza abbandonare la nostra, a provare a vedere cosa succede se ci si prende per mano tra persone non identiche ma simili. Non possiamo affatto permetterci che la gente resti distante da quest’esperienza perché non si sente a suo agio: se non si sente a suo agio, la responsabilità è in parte nostra.

Se Altra Europa dev’essere, se diverso è il modello di vita che cerchiamo, forse dobbiamo partire da noi, dai cerchi concentrici delle nostre relazioni. Se vogliamo disarmare le frontiere, forse dobbiamo iniziare a disarmare i cuori. Se vogliamo contrastare il neoliberismo, forse dobbiamo spegnere le nostre competizioni e i nostri individualismi, che ne sono figli.

Se vogliamo combattere le disuguaglianze, forse dobbiamo darci il tempo e il diritto di riconoscerci l’un l’altro: diversi, ma in relazione.

Te e ce lo chiediamo ancora, con rammarico ma con speranza: perché L’Altra Europa non decolla? E cosa possiamo fare, insieme, per farla decollare?
con Affetto e rinnovato abbraccio
Ivana Risitano – Consigliera Comunale Cambiamo Messina dal Basso
Giampiero Neri – Cambiamo Messina dal Basso