le Donne, i talenti #siamopiùdellametà – La serata

“Messina, le Donne, i Talenti #siamopiùdellametà” (svoltosi sabato 7 marzo 2015 a Palazzo Zanca), è l’evento promosso dal gruppo pari opportunità di Cambiamo Messina dal basso, per porre l’attenzione sulla centralità delle donne in tutti gli aspetti della vita: politica, sport, attività imprenditoriali innovative e cultura in concomitanza della “Giornata internazionale della donna”.

Ha introdotto e condotto in modo impeccabile le quattro ore di iniziativa la giornalista messinese Palmira Mancuso direttrice responsabile di messinaora.it.

Fra musica, frammenti teatrali e video sono intervenute diverse figure femminili* del nostro panorama cittadino: Sefora Adamovic, responsabile comunicazione CMdB e referente Gruppo politiche migratorie con tre canti a cappella da Gracias a la vida a Tiho noci (ninna nanna serba), Emilia Ammirato tecnico specializzato Softball (ci ha parlato del reclutamento di giovani atlete nella regione Sicilia portando un grande esempio dell’atletica leggera: Cathy Freeman, indicata spesso come simbolo dell’integrazione razziale), Francesca Billè presidente della Cooperativa sociale Lunaria, Francesca Borgia pittrice e scultrice (sua l’installazione “La Zattera” ispirata dal dramma dell’immigrazione), Elisa Borruto (accompagnata in tre pezzi jazz da Marco Saija e Sergio Silipigni), Marìca Calogero giovane cantante e musicista (Chelsea hotel e hallelujah i suoi pezzi), Vittoria Faranda referente del gruppo organizzatore (ha illustrato le finalità dell’evento e la richiesta per 21 vie della città dedicate alle Costituenti), Lucy Fenech capogruppo Comune di Messina CMdB e imprenditrice (start up e giovani), la giornalista Manuela Modica (giornalismo al femminile e discriminazioni), le arpiste Sabrina e Simona Palazzolo del duo “Gemelle PALAZZOLO” (con ben 5 pezzi), Patrizia Panarello assessora al comune di Messina (ndr ha ringraziato il nostro gruppo per la collaborazione con il suo assessorato), Ivana Risitano consigliera comunale di CMdB (femminile e maschile in politica) e l’attrice Margherita Smedile (Sgombero da Le novelle di L. Pirandello, La Sgricia da I Giganti della Montagna di L. Pirandello e Quannu iu moru di R. Balestrieri).

Il nostro intento, come promotrici dell’iniziativa, era, non solo restituire il vero significato alla giornata internazionale della donna, che sembra sempre più svuotata dei suoi valori originari per assumere quelli della facile retorica politica e/o a mera operazione commerciale, ma dare visibilità alle donne che ogni giorno con il loro operato cambiano il volto della nostra città e la rendono migliore.

Il gruppo pari opportunità di Cambiamo Messina al basso ribadisce la sua ferma convinzione che l’8 marzo, non è una giornata qualunque, ma un’opportunità di confronto sulla condizione femminile nel passato, nel presente, nel futuro, un giorno in cui festeggiare le conquiste politiche, sociali ed economiche delle donne, un giorno in cui non si apre e chiude una riflessione ma una tappa, un momento di un percorso di chi si impegna ogni giorno, narra e combatte le discriminazioni e le violenze che le donne sono costrette a subire in Italia ed in molte parti del mondo.

Fermamente convinte di aver trovato nuove compagne con cui percorrere insieme la strada che porta ai valori del rispetto, dell’uguaglianza e delle pari opportunità, ringraziamo nuovamente tutte le Ospiti, quanti sono intervenuti, il personale del Comune di Messina, ITS Antonello, la Cooperativa Lunaria, La Forchetta da Riccia, Corrado Speziale per la mostra “Donne in lotta”, l’associazione Toponomastica femminile per le mostre “Sulle vie della parità” e “Largo alle Costituenti”, le librerie: la Casa di Giulia e Feltrinelli point, SecondLife e l’Assessorato alle pari opportunità del comune di Messina nonchè le/gli attiviste/i di Cambiamo Messina dal Basso per l’affettuoso sostegno e in modo particolare Giampiero Neri.

9 marzo 2015

Gruppo pari opportunità CMdB

* rigorosamente in ordine alfabetico

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http://www.ilcorpodelledonne.net/ ]

Francesca Borgia
Per riflettere “sui” e “dei” talenti nella nostra città, è necessario esercitare una giusta distanza emotiva ed analitica in modo da avere una visione di insieme che ci possa far scoprire dimensioni nascoste di esperienze umane, le stesse che possono trasformare la nostra visione del mondo da statica e immodificabile a gioiosa e ricca di immaginazione.
Considerare una persona come “talento” significa saper riconoscere la sua unicità e progettualità di vita, la sua prospettiva di senso e di valore, la sua capacità di riscrivere la realtà proponendoci un altro modo di essere e di abitare il mondo , con ricchezza e complessità.
Lo sforzo umano di poeti e artisti è infatti quello di saper dire della propria condizione nel mondo: Individui  che riescono a parlare dalla “pancia della vita”, disvelandone sentimenti ed emozioni, persone che creano una tensione continua tra il fragile IO e una comunità,  al cui interno possano svilupparsi rapporti di scambio e di partecipazione alla ricchezza sociale.
I talenti risiedono in persone che qualificano intellettivamente la vita, la rimpolpano di immaginazione e cercano di dare risposte alle opportunità che la vita stessa ci offre.
Quando le istituzioni riescono a raccogliere i bisogni delle persone, ricomponendo le loro aspirazioni tra Vita e Arte, si formano  talenti capaci di esprimere futuro, in rapporto continuo col mondo e la cultura. Se ciò non avviene, le persone rimangono stritolate in un gioco di mero ingranaggio sociale, che replica se stesso in modo ottuso, senza legame alcuno con la comunità.
Io conosco una infinità di talenti a Messina che  non possono  esprimersi ed agire, mortificati dalla burocrazia,  dalla insipienza e ignoranza di chi invece dovrebbe tutelarli e accompagnarli nella crescita e maturazione della loro personalità:
se vogliamo rigenerare la nostra comunità dobbiamo cominciare a “censire” questi talenti e incoraggiarli, perché sarà attraverso le loro elaborazioni culturali che l’umanità potrà arricchirsi.
Mi piace concludere riportando un passo di Luigi Zoja (saggista e psicoanalista) pieno di speranza nei confronti di chi sa attuare gesti minimi ma indispensabili per realizzare grandi utopie.
“Che sia possibile un insieme di gesti quotidiani capaci di opporsi alla degenerazione delle condizioni economiche e ambientali, senza assolutismi, senza fanatismi, senza sospette passioni viscerali, è l’incredibile ricchezza di cui forse per la prima volta disponiamo in modo così completo. E’ possibile un mondo in qualche modo migliore, che non si addormenti sul proprio cinismo. Crediamo che la nostra occasione sulla Terra, quella che chiamiamo vita, sia migliorabile coma mai prima attraverso ragionevolezza e costanza. E, credendolo, la stiamo già migliorando.”


Emilia Ammirato
Donne e sport 

Noi donne siamo sognatrici per antonomasia, e nello sport non rinunciare ai propri sogni è il presupposto fondamentale per avere successo.
Sicuramente il 99,9% di voi non ha idea di cosa sia il softball, nella restante minima percentuale, vi sono la mia famiglia ed i miei amici.
Sono una delle poche persone che, oltre ad aver giocato per lungo tempo, ha avuto la fortuna di far diventare la sua passione affermazione oltre l’agonismo.
Seleziono le giovani siciliane che ogni anno vanno a confrontarsi nel “torneo delle regioni” dal quale escono le atlete per la nazionale.
Nonostante il nome softball, no… non gioco a “palla morbida”! Fondamentalmente e brevemente è il baseball giocato dalle ragazze.
Le prime discriminazioni nascono proprio in famiglia quando la scelta di far fare sport, dirige le proprie preferenze verso la pallavolo o la danza, definendo tutti gli altri sport come per “maschi”.
Le bimbe quindi vengono limitate nelle loro possibilità e solo il caso permette che approdino a sport non convenzionali come il softball, che viene definito anche dagli addetti ai lavori, “sport minore di uno sport minore” quale è il baseball.
Lo sport, sia esso professionale o amatoriale, è un fenomeno che nel mondo occidentale coinvolge sia uomini che donne, ma è un dato di fatto che gli uomini partecipano più delle donne alla pratica sportiva e al contempo, gli sport maschili sono più rilevanti sia economicamente che culturalmente.
I genitori, pensano, che per le figlie lo sport sia solo un capriccio ed in tal modo lo trattano. Noi allenatori impieghiamo molto tempo per far capire che fare sport seriamente, rispettando orari e regole, compagne di squadra ed avversarie, le farà crescere non solo fisicamente ma soprattutto mentalmente.
Dico sempre alle ragazze che se crederanno in loro, se in campo, durante la gara, daranno il massimo, per impegno, coraggio e tenacia, lo stesso sarà nella vita di tutti i giorni, quando terminati gli studi andranno a lavorare.
I recenti successi di valenza mondiale riportati da atlete italiane nello sport, hanno ricondotto l’attenzione di un pubblico più vasto verso lo sport italiano al femminile.
Domani ricorre la giornata internazionale della donna, ed oggi, scelgo di non dedicare altro tempo al softball, ma di parlare di un’atleta, di una donna che con le sue imprese sportive ha abbattuto molte barriere,  Cathy Freeman.

Cathy Freeman, nasce il 16 febbraio 1973 a Mackay, in Australia. Al successo sportivo futuro ed alla visibilità mediatica che la aspettava, neppure ci pensava, ma fin da piccola aveva capito che la vita presenta le sue spine lì dove non te lo aspetti, come le diceva sempre il padre.
E lei ne avrebbe trovate tante perché donna, aborigena e figlia di gente povera.
Cathy capì che la sua passione per la corsa, nata subito dopo aver imparato a camminare, era proprio ragione di vita. Ed è lì che costruì il suo sogno: Vincere l’oro ai Giochi Olimpici.
Ai bambini aborigeni era vietato l’accesso alle piscine pubbliche e troppe volte Cathy a scuola aveva assistito alle premiazioni di bambine bianche in una gara in cui lei era stata migliore.
Per la cerimonia di apertura dei Giochi di Sydney del 2000 è stata scelta come ultimo tedoforo, suscitando lo stupore mondiale.
Nella finale dei 400 mt, ha portato in corsia il peso politico delle esclusioni razziali, etniche e di genere.
Cathy Freeman dopo aver tagliato il traguardo per prima della gara dei 400 metri, s’inginocchiò, e lì rimase per un po’.
Solo dopo qualche minuto, ha fatto in modo che il mondo intero puntasse gli occhi su di lei: Si avvolse nelle due bandiere, australiana ed aborigena e corse a piedi nudi intorno alla pista, per raccogliere gli applausi e le urla di gioia del pubblico.
Voleva dire, guardatemi: sono donna, sono australiana, sono aborigena, sono campionessa.
Sono quattro cose in una volta sola, quattro cose che nessuno credeva possibili, ma Cathy aveva fatto diventare il suo sogno realtà portando la dignità delle donne aborigene in alto tra le stelle del massimo teatro sportivo. Le olimpiadi.
Può una vittoria sportiva apportare un cambiamento nella società? Senza alcun dubbio sì!.
Raggiunto il traguardo, ha abbandonato l’agonismo ma non la pista d’atletica occupandosi dell’educazione e della crescita di giovani donne aborigene.
Quando a distanza di tempo le è stato chiesto quale era il messaggio più importante che pensava di aver dato al mondo Cathy ha detto:
“Quell’oro è di tutti quelli che lo vorranno. Resto una persona normale, credo che nella vita sia importante stare bene ed essere amate e cosa ancora più importante non ci si deve mai dimenticare da dove si parte, essere donna non deve essere un limite ma un punto di partenza sul quale costruire il proprio destino!.
«Non importa chi sei, da dove vieni, che colore ha la tua pelle se sei una donna e che pensieri frullano nella tua testa. Se davvero lo vuoi, tu puoi fare la differenza».
Questa è la storia di Cathy Freeman e dei suoi 400 metri corsi da prigioniera, da simbolo di un Paese, di una riconciliazione, di un futuro. 400 metri corsi in 49″11.
Noi donne saremo più forti quando per prime smetteremo di pensare di non essere in grado di fare tutto ed in quel momento, saremo libere.
Permettetemi, infine, di dedicare a tutte noi il video di quella bellissima gara.

 

Francesca Billè (Cooperativa sociale Lunaria)
Lunaria coop. sociale nasce da un progetto di Francesca Billé Alessandra Licata e Serena Dascola.

Nel 2012 abbiamo scelto di fondare Lunaria e quindi di costituirci in impresa nonostante il periodo di crisi che da allora ad oggi non è certo cambiato, anzi, molti giovani lasciano la città, attività commerciali continuano a chiudere o vanno avanti a fatica. Ma noi imperterrite proseguiamo il nostro percorso anche grazie al sostegno e all’esperienza artistica ed educativa della prof.ssa Isolina Vanadia.

Alla base della nostra scelta che a molti può sembrare un po’ azzardata, c’è una grande scommessa che prende forza da certe convinzioni:

  • noi crediamo nel valore della marginalità come risorsa: le nostre attività si rivolgono in particolar modo ai disabili, ai bambini ed ai ragazzi spesso a torto ritenuti soggetti marginali e come tali sottovalutati o non considerati,
  • crediamo nell’arte come strumento educativo e terapeutico: educare con l’arte per noi è soprattutto educare alla libertà di pensiero e di espressione, è dare spazio alla creatività,
  • scegliamo volutamente la non massificazione facendo delle proposte che puntano esclusivamente sulla qualità delle stesse piuttosto che sulla quantità, avendo cura dei rapporti interpersonali e delle relazioni.

La nostra realtà, che negli anni ha instaurato collaborazioni sul territorio, offre uno spazio di socializzazione e valorizzazione delle persone in cui si possano realizzare esperienze di crescita individuale, sociale e culturale.

Le proposte principali di Lunaria sono

  • attività laboratoriali rivolte a bambini e persone abili e disabili durante le quali, attraverso l’arte moderna e contemporanea, a giochi di parole, al disegno, al riutilizzo e all’assemblaggio di materiali diversi, i partecipanti si mettono in gioco in un percorso che libere emozioni, immagini, azioni, fantasie.
  • Il teatrino di Lunaria che produce spettacoli di burattini e promuove laboratori teatrali.

Anche la scelta di costituire una compagnia teatrale integrata è stata per noi un’ulteriore scommessa, quella di mettere insieme un gruppo di outsider del teatro formato da persone che hanno competenze e formazioni diverse (letterarie, psicopedagociche, antropologiche…) e da persone disabili, con professionisti del settore, quali Margherita Smedile -attrice, Piero Botto – scenotecnico, Eleonora Bovo – attrice e arteterapista, Pierpaolo Cimino –audioeditor, con la finalità di recuperare e reinterpretare con sensibilità contemporanea un modo di fare teatro antico e popolare.

 

Lucy Fenech
Oradesign nata proprio per creare lavoro nella nostra realtà, del lavoro fatto nella startup Risparmio Super della messinese Barbara Labate, considerata una delle 50 donne in Europa più importanti per la tecnologia. Barbara è stata giorno 6 invitata dal primo ministro UK per dare consigli al governo su strategie di economia digitale. Insieme a Barbara e Filippo Cucinotta abbiamo organizzato get up start up nell’ambito delle politiche giovanili. Grazie a quel percorso è nata l’associazione startup Messina che continua a lavorare sul territorio e mensilmente propone la fabbrica delle idee…

Duo Gemelle Palazzolo
https://www.facebook.com/pages/Duo-Gemelle-Palazzolo/1511622099107229
http://youtu.be/yUProuUiEwQ

Manuela Modica
Le discriminazioni in quanto donna che ho sentito sulla mia pelle negli anni sono state tante che  raccontarle tutte adesso prenderebbe molto tempo.

Dirò in sintesi che da quando ho mostrato interesse, ancora giovanissima per la politica fino   quando ho iniziato il mestiere di giornalista, e dopo, mi sono stati attribuiti numerosi comportamenti sessuali, e a volte questa attribuzione è stata anche molto fantasiosa e dettagliata.

Dirò soprattutto che la mia vita professionale si trasformò del tutto quando il giornale per cui scrivevo, fu diretto da una donna. La direttora in questione era Concita De Gregorio e il giornale L’Unità. Avevo intervistato una suora che aveva deciso di non indossare più il velo durante il mio stage nella redazione romana dell’Unità, intervista che non era stata pubblicata, più per esigenze di cronaca che per altri motivi, pur sempre perché il tema era vissuto come importante ma non così fondamentale… ad ogni modo quando Concita divenne direttora, tre anni e mezzo dopo quell’intervista, il velo delle donne islamiche era di nuovo tornato in auge nelle prime pagine dei giornali. Non conoscevo la direttora ma lo stesso le inviai quell’intervista via mail. Mi rispose subito e pochi giorni dopo l’intervista era pubblicata sul giornale. Da lì in poi mi sembrò che tutto fosse diventato improvvisamente più facile, facilissimo addirittura, le mie proposte e i miei pezzi ricevevano un immediato riscontro e direttamente da lei. Un amico mi fece notare all’epoca: “Non è diventato più facile, ha semplicemente smesso di essere difficile”.

Le discirminazioni sono spesso inconsapevoli e addirittura involontarie, gli uomini ricoprono ruoli di potere dappertutto e tendono, spesso rivedendo se stessi nel collaboratore, nel ragazzo alle prime armi. Così che spontaneamente tendono a incoraggiare e favorire la carriera di altri uomini, con cui più facile è l’intesa mentre noi siamo “uterine” e creiamo tensioni” – è vero che spesso lo siamo, vorrei però far notare che restare serene in queste difficoltà e precarietà lavorative non è all’altezza di nessun essere umano -. Se andassi a parlare con ognuno di questi uomini che ritengo abbia attivato un comportamento discriminatorio sono sicura che si confesserebbero femministi. O che perlomeno alienerebbero da sé anche il più vago atteggiamento maschilista. Sono le stesse persone che puntualizzano le incapacità di quelle donne che rivestono quei pochissimi ruoli di potere. A una donna non essere all’altezza, competente non viene perdonato, la loro argomentazione è questa: non è giusto che quella donna diventi direttore di un tg o di un giornale solo perché donna. Non si rendono conto che tanti troppi uomini ricoprono ruoli decisivi in quanto uomini, perché a tanti più di loro sono riservati, e non spesso ma spessimo non sono all’altezza dei ruoli che ricoprono ma nessuno lo puntualizza, e se succede non è di certo scomodata la sua appartenenza di genere, come invece sempre succede alle donne. Non si contano le volte in cui ho sentito dire che quella donna o quell’altra era di successo grazie a comportamenti sessuali o grazie a relazioni con altri uomini. C’è sempre in un modo o nell’altro l’uomo da scovare che ha reso possibile il successo di quella donna. Atteggiamenti questi che risultano ancora più inaccettabili quando riguardano altre donne, cioè quando sono le stesse donne a parlare delle altre in questa maniera, e questo ahimé succede sovente. Non si tratta di un rifiuto della donna lavoratrice, atenzione, ma della donna ambiziosa. A una donna non può essere perdonata l’ambizione. Nessun problema infatti per quelle che vogliano restare ai margini, o per esempio, nel caso delle giornaliste, che vogliano limitarsi a un ruolo di segretaria di redazione, o ad articoli che riguardino la moda, il teatro, il costume.

E anche qui, forese inconsapevolmente, le carriere dei maschi vengono favorite più che quelle delle femmine, perché socialmente a una donna può già bastare di scrivere articoli di costume per quel giornale, poco importa se mal retribuita o meno, in fondo per una donna, per la sua accettazoine sociale non è rilevante.

In un immaginario appiattito su due modelli femminili: la donna santa o puttana. Inevitabilmente la donna il cui interesse non sia solo quello emotivo, sentimentale e familiare, è dunque da ascrivere alla seconda categoria: puttana.

Perciò le attribuzioni di comportamenti sessuali, chiaramente scandalosi e opprtunistici (un’aòtra cosa quasi impossibile è che le donne lo facciano per il solo piacere).

Oppure la giustificazione consolatoria, e per gli uomini e per le donne, che il successo sia definito pur sempre da un uomo e non dalle reali capacità di una donna.

Si prova anche con me a scovare un uomo che abbia reso possibile, questo o quello.

E voglio concedere a tutti la risposta, qui e oggi, quell’uomo c’è ed è l’autore di questa lettera che fu pubblicata sull’Unità durante il periodo in cui Concita De Gregorio fu direttora:

“L’alba del 21 dicembre del 1969 mi vedeva nascere come padre di una bambina, secondogenita. Di una “femminuccia”. Di una futura donna. Il felice evento mi colse soprattutto riflessivo. Mi chiedevo come si crescesse una donna: cosa le avrei insegnato o spiegato del mondo, come avrei potuto contribuire allo sviluppo della sua identità, cosa la differiva dal “figlio maschio”? Capii molto presto che per rispondere a queste domande, dovevo prima di tutto capire chi fossi io, che padre volessi essere. Nell’immaginario collettivo i padri siciliani sono perlopiù guardiani dell’onore delle figlie. Un immaginario che non stenterei a definire universale. Ma da subito. Da quel 21 dicembre che mi rese padre siciliano di una donna, sapevo che quell’immaginario non mi includeva. Così che non mi ci volle molto a rispondere a quella domanda: cosa la differisce da suo fratello? Semplicemente nulla. In quegli anni le strade, così come la televisione, ma ancor di più i giornali raccontavano di donne che volevano conquistare diritti pari ai nostri. Da quelle immagini, da quelle lotte, da quell’Italia fui nutrito, così che ogni risposta alle mie domande di padre si fece strada nella mia consapevolezza. Quando mia moglie arrivò al terzo parto, il caso mi regalò un’altra “femmina”. Era il 1975 e la donna era ancora sotto tutela del padre, del fratello o del marito. Solo quell’anno, quei diritti che oggi appaiono scontati, diventavano realtà.

Provai nello sciogliersi del tempo a declinare la mia consapevolezza sin nelle piccole cose. Nello sport, per esempio. Avevo praticato la pallacanestro, e come ogni padre avevo sperimentato la debolezza di voler vedere il figlio calpestare gli stessi miei passi. Instradai alla pallacanestro il mio primogenito, dunque. E quando fu tempo di sport per le altre due, feci altrettanto.

La contemporaneità, ahimé, mi costringe a delle imbarazzanti riflessioni. Non saprei dire se le mie figlie potessero conquistare le attenzioni di danarosi, se potessero  – mi esprimo al passato per più che evidenti ragioni, considerata l’età delle mie figlie… – per avvenenza percorrere le strade facili di cui ci raccontano oggi i giornali. Sono occhi di padre, i miei, e perciò, poco lucidi di fronte a simili considerazioni.

Ma so con inamovibile certezza che le mie figlie hanno percorso una strada di libertà, di parità, di totale, scontata autonomia. Ed è quel che mi importava sapere. Sono stato per questo oggetto di critiche nell’ambito dell’ampia parentela, ma ho tirato dritto, nella mia ferma convinzione che la differenza di sesso non può tradursi in meno diritti alla donna. Mai ho accettato tutto ciò che vuol affermare la superiorità dell’uomo e che ancora resiste oggi, come l’attribuzione del cognome ai figli, e come resiste financo nelle regole di grammatica della nostra lingua.

C’è una donna oggi, nata quel 21 dicembre, parte di una coppia di fatto, madre di due figlie. So che se avesse deciso di sposarsi, mai l’avrei accompagnata lungo la navata centrale di una chiesa, e questo perché non vantavo una tutela su di lei da trasferire a qualsivoglia altro uomo. Così come non proverei alcun piacere in quel simbolico passaggio di consegne nel caso in cui decidesse la seconda di percorrere quella navata. Il piacere massimo che ho provato negli anni è stato riconoscere in loro la mia stessa curiosità per il sapere, la stessa passione nella partecipazione attiva alla res pubblica. Il maggior piacere per me è stato quello di poter raggiungerle durante i loro studi nel nord Europa, in nord America, approfittando così della loro dimestichezza nelle lingue straniere. Un grande aiuto per me che disperatamente amo viaggiare, ma che di lingue altre conosco poco. Tutto questo, carissima “direttora”, se mi permette, per testimoniare la mia esistenza in quanto padre siciliano, italiano, e delle mie figlie. Sicuro di non essere il solo, desideravo rispondere all’onorevole Claudio Fava, che su queste pagine, qualche tempo fa, ricordava il caso di Franca Viola, e suo padre Bernardo. Spero di potere rallegrare il caro Fava, dicendo che vividamente ricordo quella vicenda. In quegli anni crescevo queste donne. E non so se fosse un’altra Italia quella. So che in quella c’ero. Ma in questa ci sono ancora, oggi persino nonno di tre future donne”.

(in aggiornamento di tutto il materiale)

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