Camminiamo per l’acqua, bene comune

Camminiamo per l’acqua, bene comune

“La crescente politica di privatizzazione è moralmente inaccettabile quando cerca di impadronirsi di elementi così vitali come l’acqua, creando una nuova categoria:gli esclusi! Alcune multinazionali che cercano di impadronirsi di alcuni beni della natura, e sopratutto dell’acqua, possono essere legalmente padrone di questi beni e dei relativi diritti, ma non sono eticamente proprietarie di un bene dal quale dipende la vita dell’umanità. E’ un’ingiustizia istituzionalizzata che crea ulteriore fame e povertà, facendo sì che la natura sia la più sacrificata e che la specie più minacciata sia quella umana, i più poveri in particolare.” (Luis Infanti della Mora, vescovo cileno)

Parlare dell’acqua come origine della vita e definirla Bene Comune sembra a tanti un esercizio di retorica impotente. Intanto però Il concretissimo modello neoliberista prosciuga e divora con ingordigia tutti i settori del pubblico e del comune mercificando anche ciò che è indispensabile e vitale. E, tra i tanti processi di privatizzazione dei servizi pubblici, quello dell’accesso all’acqua è il più assurdo e criminale.
Nel panorama internazionale crescono le guerre per l’oro blu: l’accesso alle risorse idriche potabili è precluso a milioni di persone a causa della desertificazione delle terre e del furto di acqua da parte di chi detiene il controllo e la vendita del servizio. L’ONU teoricamente difende il diritto universale all’acqua, ma nei fatti avalla processi di privatizzazione in nome dell'”efficienza”. Il Consiglio mondiale sull’Acqua propone a stati e agenzie internazionali politiche di “gestione economica” delle risorse idriche.
A tal riguardo le multinazionali si sono dette pronte ad affiancare gli Stati per garantire l’accesso all’acqua potabile, a condizione che lo Stato o i consumatori si facciano carico della copertura dei costi.
Il T-TIP(Partenariato Transatlantico per gli Investimenti e il Commercio tra USA e UE ) e il TISA (Trattato sui servizi pubblici sotto l’egida del WTO) spingono verso la privatizzazione di tutti i servizi pubblici, e non è escluso che l’acqua, ormai considerata merce, rientri nella materia di questi trattati: tutto dipenderà dalla capacità o meno degli stati nazionali di coprire i costi del servizio.

LA SITUAZIONE IN ITALIA
A giugno del 2011 ventisei milioni di italiani sono andati alle urne per chiedere che l’acqua fosse sottratta al meccanismo del profitto. Ma quel referendum è rimasto monco: la decisione democratica del popolo non ha ancora trovato riscontro nelle legislazioni nazionale e regionali, e la direzione intrapresa sembra essere opposta a quella manifestata dai cittadini. Il Governo Renzi persevera nella politica di privatizzazione e mercificazione dei servizi; di questi giorni è la discussione alla Camera della proposta di legge che avrebbe dovuto recepire l’esito del referendum e che invece un emendamento firmato PD (che sopprime l’art.6) ha stravolto. Una cosa simile era successa alla Regione: la Sicilia è stata infatti la prima in Italia a legiferare (DDL 445) per dar seguito al referendum, ma ne ha attenuato la portata rivoluzionaria circoscrivendo la materia al solo uso idropotabile ( relativo ai consumi civili) del bene.

IN SICILIA : ACQUA E MAFIA
In Sicilia la battaglia per l’acqua è anche lotta alla mafia.
La gestione mafiosa delle risorse idriche è probabilmente uno dei più antichi esperimenti di privatizzazione. E la mafia è forse la prima organizzazione a essersi resa conto del potenziale economico dell’affare. Risultati: nessuna facilità di accesso per la popolazione e acquisizione del pieno controllo del territorio da parte dei gestori.
La privatizzazione dell’acqua in Sicilia non è cominciata negli ultimi anni, ma nasce insieme alla mafia. Nel palermitano,dopo la nascita dello Stato unitario, i proventi delle esportazioni di agrumi sul mercato nazionale e internazionale suscitano gli appetiti delle famiglie mafiose. Si sviluppa un sistema di controllo delle risorse idriche legato ai “fontanieri”, guardiani dei pozzi stipendiati dagli utenti e legati alla criminalità organizzata. Non sorprende, quindi, che il primo delitto di mafia di cui si ha notizia sia legato proprio all’acqua: nel 1874 Felice Marchese, un “fontaniere”, viene ucciso nell’ambito di un conflitto tra gruppi rivali sulla competenza di alcune sorgenti.
Ciò che sta cambiando in questi anni è l’istituzionalizzazione del controllo mafioso sulle risorse idriche. Gli appoggi vengono cercati in aziende nazionali: la mafia si inserisce nell’attività di impresa e si lega in modo sempre più stretto alla politica. Il risultato concorda appieno, con la tendenza sempre più frequente della mafia a non avviare attività economiche parallele, a non chiedere tangenti, ma a partecipare agli utili gestionali. Una rivoluzione nell’economia mafiosa.
In questo quadro è stata deleterio il modo in cui è stata recepita in Sicilia la legge Galli. Gli ATO sono infatti stati istituiti seguendo criteri politici ( uno per provincia e non per bacino idrografico) e non tecnici e anomale sono state le gare d’appalto con cui sono stati assegnati a società quasi sempre partecipate da multinazionali che hanno lucrato su imponenti finanziamenti europei senza correre alcun rischio d’impresa.

LA GESTIONE IDRICA A MESSINA
La recente emergenza idrica che la nostra città ha attraversato ha fatto entrare la questione nelle case dei cittadini. Poca indignazione ha suscitato il fatto che lo Stato e la Regione siano intervenuti tardivamente e male nella gestione dell’emergenza , ma essa -sappiamo- ha cause antiche. Dietro le frane di Calatabiano ci sono anni e anni di sfruttamento sconsiderato del territorio, cementificazioni e incuria, dietro alla mancata disponibilità dell’acquedotto dell’Alcantara per venire incontro alla sete dei messinesi ci sono altrettanti anni di privatizzazione dell’acqua e conseguente indebitamento dei Comuni . Quello di Messina fino al 2008 ha contratto un debito di 8 mln di euro con Siciliacque- società privata partecipata dalla francese Veolia- che gestisce le acque dell’Alcantara. L’amministrazione Accorinti ha il merito di non essersi piegata alla logica che ha portato all’indebitamento con i privati, non usufruendo dell’acquedotto dell’Alcantara, se non, da ultimo e in via eccezionale, dopo la seconda rottura del Fiumefreddo e fino alla risoluzione dell’emergenza. Per evitare di ricadervi, però, è indispensabile però vigilare in maniera permanente sugli sviluppi della vicenda, controllare i costi e i tempi dell’operazione di ripristino e ammodernamento delle fonti di approvvigionamento idrico, assicurarsi che non ricadano esclusivamente sulle casse del Comune e sulle tasche dei cittadini esausti per i disagi affrontati. La battaglia decisiva sarà ad ogni modo quella per la ripubblicizzazione dell’Alcantara prima di prendere nuovamente in considerazione la possibilità di utilizzare nuovamente questo acquedotto.
In definitiva la lotta per il diritto all’acqua oggi come per le generazioni future parte da un orizzonte globale ma si articola su più livelli in uno sforzo comune al quale nessuno può e deve sottrarsi.

COME POPOLO DELL’ACQUA BENE COMUNE CHIEDIAMO
ai Governi Nazionale e Regionale
• l’attuazione senza se e senza ma del risultato referendario del 2011, partendo dall’immediato ritiro dell’emendamento che cancella l’obbligo di gestione pubblica dell’acqua da parte degli Enti Locali
• la destinazione di nuove risorse economiche alla tutela del territorio dal dissesto idrogeologico e all’ammodernamento e potenziamento delle reti idriche, sottraendole magari al capitolo grandi opere
• l’immediato ritorno al testo originale del DDl regionale 445 , con la conseguente ripubblicizzazione degli impianti ex EAS

all’amministrazione Comunale di Messina
• l’accertamento di eventuali responsabilità da parte degli organismi tecnici del Comune e dell’AMAM nei problemi riscontrati durante la fase d’emergenza.
• un chiaro segnale di discontinuità nella gestione tecnica dell’Amam- il cui organigramma ha molti più anni dell’attuale amministrazione ed è perciò oggettivamente responsabile di problemi e inefficienze accumulati in un ventennio- innanzitutto accelerando il percorso di dotazione dell’azienda di una nuova direzione tecnica.
• alcuni semplici provvedimenti rivolti a migliorare la qualità del servizio pubblico. Dall’ammodernamento della comunicazione dell’azienda coi cittadini-soprattutto in caso di nuove emergenze- alla riapertura nel più breve tempo possibile della rete delle fontanelle e dei punti-acqua pubblici.

Come cittadine e cittadini attivi chiediamo a ognuno e ci assumiamo la responsabilità di
cambiare gli stili di vita in direzione della lotta allo spreco, informare, educare alla partecipazione democratica e al controllo dal basso sulle decisioni.
La questione dell’acqua e la lotta per la sua gestione partecipata sono indicatori fondamentali della qualità di una democrazia.

 

Cambiamo Messina dal Basso

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