La Messina di Carlo V

Ferdinando il Cattolico,  marito di Isabella di Castiglia e finanziatore delle grandi scoperte geografiche che hanno contraddistinto l’età moderna, aveva ereditato alla morte del padre, Giovanni II, il regno di Castiglia e di Aragona, ancora separati politicamente. De facto, i due regni furono unificati subito dopo la sua ascesa al trono: anche il Regno di Sicilia, facente parte di quello di Aragona, passò quindi sotto il possesso di Ferdinando, nonostante le spinte indipendentistiche dei siciliani, che avevano sperato in una separazione delle Corone.[1]

 

Alla sua morte, nel 1516, la Corona passò a Carlo I d’Asburgo, più conosciuto storicamente come Carlo V che si ritrovò, grazie alle politiche matrimoniali effettuate dall’Imperatore Massimiliano I, ad ereditare sia la Corona spagnola che il Sacro Romano Impero.

Fin dal primo momento il nuovo monarca si ritrovò costantemente impegnato in ambito politico, sia sul fronte interno – si pensi, tra le altre cose, alla cessata tolleranza nei confronti dei moriscos dopo la cosiddetta Rivolta delle Germanìas[2] – sia in politica estera: proprio subito dopo la sua ascesa al trono, sia la guerra in Italia contro i francesi di Francesco I che l’Impero turco tennero impegnati gli spagnoli in continue e impegnative spedizioni in terra straniera.

 

Messina, dopo la morte di Ferdinando, aveva giurato fedeltà al nuovo imperatore nel 1518, a differenza di Palermo, residenza tra l’altro del viceré Moncada, che aveva rifiutato il riconoscimento di Carlo V. In questo modo Messina sperava di ottenere l’onore di essere capitale del Regno, e in effetti le basi c’erano: la città dello Stretto «rimaneva comunque ricchissima e dobbiamo presumere, anche se non abbiamo statistiche, un fatto importante, cioè l’attenuazione della differenza economica “tra popolari” e “patrizi”».[3]

Sotto Carlo V trovò nuovo vigore anche la Zecca: <<furono coniati doppi trionfi e trionfi e mezza trionfi d’oro; in argento doppi tarì, tarì e mezzi tarì; dal 1541 in poi scudi d’oro (uno scudo equivaleva a 12  tarì di conto) e mezzi scudi; poi pezzi d’argento da un tarì e multipli fino a 4 tarì, quarti di tarì. Si sentiva la presenza dell’argento americano e le monete d’argento, con le frazioni di tarì, si abbassavano alla funzione di spiccioli; infatti sotto Carlo V furono coniati pochissimi denari. Intervenne anche l’aumento dei prezzi e dei salari e non possiamo affermare che tutto ciò sia stato studiato a fondo.>>[4]

Grandi lavori vennero eseguiti anche sul fronte delle opere di difesa militare della città. Carlo V infatti, a seguito dell’ingresso trionfale a Messina, di ritorno dalla conquista di Tunisi (1535), ordinò che Messina venisse maggiormente protetta da nuove fortificazioni. Ordine eseguito negli anni successivi – i lavori iniziarono solo nel 1537 per la difficoltà di reperimento delle somme necessarie per l’opera, somme di notevole entità anche a causa dell’abbattimento di case, chiese, orti, vigne e di tutto ciò che si trovava in contiguità con le mura su cui si doveva intervenire[5] – dal viceré don Ferrante Gonzaga, il quale commissionò all’architetto Antonio Ferramolino e a Francesco Maurolico la costruzione di alcuni forti per il controllo del territorio, tra cui il forte Gonzaga, Castellaccio e San Salvatore (1540), ancora visibili in età contemporanea. Venne inoltre eretta una cinta muraria con la collaborazione di Domenico Giuntalocchi da Prato e dello scultore Giovan Angelo Montorsoli, mura che presero il nome dell’imperatore e si allungarono, su quelle già esistenti, fino alla “Porta Reale” costruita nel 1571 dopo l’ingresso trionfale di Don Giovanni d’Austria in città.

Di Giacomo Ferraro e Maddalena Monserrato Cortese

[1]S. GIURATO, La sicilia di Ferdinando il Cattolico, tradizioni politiche e conflitto tra Quattrocento e Cinquecento (1468-1523) , Rubettino, 2003, p.20.

[2]Cfr. G. BUTTAFARRO, I moriscos. Studio storico-letterario di una identità, La feluca edizioni, Messina, 2014.

[3]E. PISPISA – C. Trasselli, Messina nei secoli d’oro, storia di una città dal ‘300 al ’600, Intilla Editore, Messina, 1988.

[4]  Ibidem, p. 404

[5]G. CAPASSO, Il governo di don Ferrante Gonzaga in Sicilia, in Arch. stor. siciliano, XXX (1905), pp. 441 s. 457 s., 462; XXXI (1906), pp. 400 ss.

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