Nota della Consigliera Risitano in merito al DDL regionale sull’acqua pubblica

Nei giorni scorsi è stato approvato all’ARS il DDL 445 sulla Disciplina in materia di risorse idriche. A distanza di quattro anni dal referendum per l’acqua pubblica, il cui esito politico resta disatteso in quasi tutta Italia, la Sicilia è la prima regione d’Italia a dotarsi di uno strumento capace di darvi seguito. È bene dire che l’atto, frutto di una mediazione tra le forze partitiche, non può far saltare di gioia: pur recependo infatti buona parte dei contenuti della legge di iniziativa popolare e consiliare, ne attenua la portata innovativa circoscrivendo la natura del bene all’uso idropotabile. Eppure, in un panorama nazionale in cui il processo delle privatizzazioni è in atto dagli anni ‘90 e gli enti locali sono indotti a trasformare in merci i principali servizi (Legge di stabilità, Sbocca Italia), è innegabile che si tratti comunque di un atto fondamentale, fatta salva la consapevolezza che si poteva fare di meglio e che ancora tanto è da farsi.

1966679_637496399621184_1620291458_nCome si è arrivati alla legge regionale.

Nel 2004 Cuffaro, commissario straor­di­na­rio per l’emergenza idrica, mette in liqui­da­zione l’Ente Acque­dotti Sici­liani per costi­tuire la SPA Sici­liac­que: alla Regione resta il 25% delle quote azio­na­rie, e l’intero sistema acque­dot­ti­stico sici­liano, fatto di una storia cinquantennale di investimenti pubblici, viene ceduto per quarant’anni ad una società che oggi, a seguito di cambi socie­tari, è in mano alla mul­ti­na­zio­nale fran­cese Veo­lia.

Nel corso degli anni successivi si svolgono le gare per l’affidamento a privati della gestione del servizio idrico integrato, condotte tramite commissariamenti e con profili di illegittimità. Nel frattempo, si costituisce il Movimento di resistenza alla privatizzazione, promosso da molti Comuni e movimenti locali in difesa del carattere pubblico del servizio idrico: nasce in seno a questa protesta la pro­po­sta di legge di ini­zia­tiva popo­lare e con­si­liare per l’acqua pub­blica che condurrà al referendum del 2011. Da qui la legge popolare approda all’ARS, ma rimane sospesa per lo scioglimento anticipato del governo Lombardo.

Gli anni successivi vedono la crisi della gestione privata: servizi insufficienti, ingiustizie nella distribuzione dell’acqua, bollette esose, debiti e fallimenti.

Col governo Cro­cetta l’iter della legge popo­lare riprende. Dopo il tentativo degli assessori Marino, Cal­leri e Con­tra­fatto di stravolgere l’atto, la Commissione lavora ad un pro­prio testo al quale col­la­bo­rano atti­va­mente, a un tavolo par­te­ci­pato, i pro­mo­tori del DDL popolare/consiliare. Bocciata la pregiudiziale di incostituzionalità sollevata dall’MPA, l’atto viene finalmente approvato e rappresenta oggi il punto di partenza per una gestione totalmente pubblica delle risorse idriche. Vi si afferma che l’acqua è un «bene comune pubblico non assoggettabile a finalità lucrative quale patrimonio da tutelare»; si intraprende la «progressiva definizione di un sistema tariffario tendenzialmente unitario» (l’avverbio attenua, purtroppo, la portata del dettato normativo), si promuove la realizzazione di un unico sistema informativo regionale in materia di tutela delle acque, di difesa del territorio dal rischio frane ed alluvioni, dal processo di desertificazione e del servizio idrico integrato.

Cosa prevede la riforma del sistema idrico siciliano.

Risultano soppressi dal corpo della legge l’art. 2, sull’istituzione dell’Autorità di Bacino regionale, l’art. 3, sulla costituzione del Comitato di Consultazione sul Piano di Gestione del Distretto Idrografico della Sicilia (un organo di controllo che avrebbe consentito la partecipazione democratica sul principale strumento di intervento per raggiungere gli obiettivi europei in materia di buona qualità delle acque e di contrasto al rischio frane ed alluvioni), e l’art. 4, sul riordino delle competenze in materia di risorse idriche. Resiste invece l’articolo che riconferma i nove Ambiti Territoriali Ambientali, individuati con delimitazione geografica corrispondente alle ex province, ed  elimina il Sovrambito.

Politicamente significativo è l’art. 6, sulla gestione del Servizio Idrico Integrato. Per intervento dell’Assessore ai ser­vizi di pub­blica uti­lità, Vania Con­tra­fatto, che ha pre­teso l’inserimento della possibilità di gestioni anche miste o pri­vate (per evitare di incorrere in una causa di incostituzionalità e in un pro­ba­bile con­flitto tra Regione e Stato), la norma finale non prevede una totale ripubblicizzazione della gestione, ma tende comunque a incentivare l’affidamento al gestore pubblico da parte delle Assemblee Territoriali Idriche (che prendono il posto delle ex Autorità d’Ambito Territoriali Ottimali) e a disincentivare la par­te­ci­pa­zione dei pri­vati, che saranno obbligati a condizioni molto restrittive: offerta di ser­vizi a tariffe infe­riori a quelle richieste dal pub­blico; con­di­zioni bloc­cate per tutta la durata dell’affidamento; tempi di affidamento non superiori a nove anni (molto meno dei qua­ranta dell’attuale con­ces­sione a Sici­liac­que SPA!); sanzioni fra i 100 e i 300 mila euro per ogni giorno di interruzione del servizio, in caso di periodi superiori ai quattro giorni a in almeno il 2% del bacino, con possibilità di risoluzione del contratto.

È stato approvato integralmente il comma 7 dell’art. 7. Si obbligano così le aziende operanti nella Regione a riutilizzare l’acqua impiegata all’interno dell’impianto nel processo industriale con esclusione del prelievo diretto di acqua proveniente da falda. L’art. 8, invece, dà mandato al Presidente della Regione di valutare «la sus­si­stenza dei pre­sup­po­sti per l’eventuale eser­ci­zio del diritto di recesso dalla con­ven­zione con Sici­liac­que ed in ogni caso avvia le pro­ce­dure per la revi­sione della stessa al fine di alli­nearla ai prin­cipi gene­rali dell’ordinamento giu­ri­dico sta­tale e comu­ni­ta­rio diretti a garan­tire la pos­si­bi­lità di accesso, secondo cri­teri di soli­da­rietà, all’acqua in quanto bene pub­blico pri­ma­rio». In sostanza, si prevede la possibilità di rimettere in discussione il contratto quarantennale (scadenza 2044) stipulato con Siciliacque, la cui costituzione era stata pensata come un cavallo di Troia per ottenere la tran­si­zione dal pub­blico al pri­vato del sistema idrico siciliano. Approvato integralmente anche l’art. 10, come esitato dalla IV Commissione ARS e fissato già nella proposta di legge di iniziativa popolare. In esso vi si definiscono gli strumenti di partecipazione democratica a tutela degli utenti del servizio idrico integrato. Con l’art. 12, è sancita la garanzia di un “minimo vitale”.  Ai cittadini morosi viene assicurato un quantitativo pari a 50 litri al giorno per l’alimentazione e l’igiene intima e si istituisce un fondo di sostegno per il pagamento delle bollette delle famiglie meno abbienti. L’art. 13, che dà alla Giunta regionale poteri di approvazione di modelli tariffari, è stato approvato con un emendamento che prevede che la risorsa idrica non utilizzabile per fini alimentari abbia una tariffa scontata del 50%. L’art. 14, approvato integralmente, prevede l’istituzione di Commissioni Tecniche presso gli ATO idrici posti in liquidazione per verificare eventuali inadempimenti contrattuali da parte di soggetti gestori privati, in ottemperanza a quanto previsto dall’articolo 49 della legge regionale 11/2010.

La legge, infine, ha il merito di garantire gli attuali livelli occupazionali.

Il compito del Comune.

Ora, dunque, la palla passa ai Comuni, che dovranno adeguare le proprie gestioni alla nuova legge regionale.

La posizione dell’Amministrazione Accorinti in merito alla gestione del servizio idrico è esplicita da sempre. La società AMAM, già a totale capitale pubblico, è stata da poco trasformata in una società in house providing, con una scelta politica che, potenziando la dimensione della pubblicità, affida il servizio direttamente a un soggetto di diritto pubblico sottoposto a controlli analoghi, un soggetto così “interno” da essere equiparabile nella sostanza  a un dipartimento dell’Ente Comunale.

Quanto alle dichiarazioni di alcuni Consiglieri circa la presunta “ipocrisia” dell’Amministrazione, verrebbe da dire, scherzosamente, che anche un referendum per rendere pubblica l’onestà intellettuale non farebbe male: un “minimo vitale” sarebbe necessario per tutti, soprattutto per chi ha assunto davanti alla cittadinanza ruoli di responsabilità e sa che con un’informazione parziale o perfino mendace si rende ad essa un servizio scadente. Entrando nel merito delle questioni sollevate, si ribadisce che, nel caso del Comune di Messina, è la natura stessa della società AMAM a impedire il profitto: i guadagni infatti devono obbligatoriamente essere reinvestiti nel servizio stesso, quindi rimessi in circolo a beneficio della collettività, senza un qualsivoglia accumulo di capitale; inoltre, qualsiasi accesso di quote private farebbe cadere la natura giuridica della società stessa, che andrebbe dunque sciolta.  Quanto agli emendamenti proposti in Aula e riferiti ai 50 litri di acqua giornalieri e al fondo di solidarietà, essi hanno politicamente trovato l’appoggio da parte della Giunta, tuttavia si ritiene che non siano da inserire nello Statuto della società, subordinato alla legge regionale, bensì nel piano finanziario, la cui revisione è ancora in atto. Lì, coerentemente con la direzione politica mai tradita, saranno presenti le voci ad essi relative.

Quello che accade in certe prese di posizione strumentali, volte ad ottenere visibilità tramite la moda diffusa dell’antiaccorintismo a tutti i costi, è l’esatto opposto del principio “pensare globalmente e agire localmente”. Non una parola infatti, in tali dichiarazioni, alle condizioni nazionali e globali: nessun cenno all’orientamento assunto dalle Nazioni Unite che, se in linea teorica difendono l’acqua come diritto da assicurare a tutti, nei fatti si muovono verso una gestione che coinvolge i privati per tagliare gli sprechi e aumentare l’efficienza dei servizi; nessuna denuncia delle ancor più nitide scelte del Consiglio Mondiale sull’Acqua, un’emanazione delle multinazionali che propone alle agenzie Onu, agli Stati e all’Unione Europea politiche di “gestione economica” delle risorse idriche. Al VII Forum Mondiale dell’Acqua, per esempio, svoltosi ad aprile in Corea, è stato proposto di contrastare la crisi idrica investendo in tecnologie che sostituiscano il ciclo naturale dell’acqua con quello artificiale gestito dall’uomo, e a tal riguardo le multinazionali si sono dette pronte ad affiancare gli Stati per garantire l’accesso all’acqua potabile, a condizione che lo Stato o i consumatori si facciano carico della copertura dei costi.

La situazione planetaria è dunque gravissima: il diritto inalienabile all’acqua in quanto bene essenziale è progressivamente sostituito da una “possibilità di accesso all’acqua” subordinata alla quantità di risorse disponibili in un determinato territorio e alla capacità dello Stato di mettere in piedi modelli tecnologici capaci di sfruttare al meglio la risorsa. L’acqua sta diventando una merce e il rischio che rientri nella materia del TTIP non è ancora superato: tutto dipenderà dalla capacità o meno degli stati nazionali di coprire i costi del servizio.

Dentro questo orizzonte “globale”, i fronti “locali” in difesa dell’acqua pubblica non possono permettersi di frammentarsi: hanno il dovere, piuttosto, di compattarsi e rafforzarsi, per dimostrare che la gestione partecipativa può essere più efficiente ed economica di quella privata, oltre che più etica e più giusta. Collaborare per interrompere il processo di mercificazione di un bene primario come l’acqua richiede uno sforzo comune a cui non ci si può sottrarre. Lo dobbiamo alle generazioni presenti e future.

 

Ivana Risitano,

Consigliera Comunale di Cambiamo Messina dal basso

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