ACQUA PUBBLICA E DISSESTO IDROGEOLOGICO: SU LA TESTA!

L’eccezionale emergenza idrica di Messina, non diversamente da altre passate emergenze di simile entità, poteva essere evitata.

Non è una generica accusa, ma una delle prime istintive conclusioni che balzano agli occhi controllando sommariamente la cronologia degli eventi e la genesi del dissesto idrogeologico che ha provocato
l’emergenza.

Oggi che lentamente, a fatica, fra bisogno estremo, sciacallaggi d’ogni sorta e discreti altruismi, l’acqua sembra tornare nelle nostre case, tantissime figure, istituzionali e non, politiche e non o anche
inopportunamente politicizzate, si ergono a “salvatori della patria”, comandanti dell’ultimo momento, professionali lanciatori di anatemi.

E tutti concordano sulla mala gestione. Ma il clima di campagna elettorale e recriminazioni inferocite, che
raccolgono la giusta esasperazione dei cittadini, non lascia lo spazio per l’analisi, per soppesare  responsabilità, competenze, imprevisti e brame, più o meno lecite.

E invece basta fare un passo indietro e tornare al 9 settembre o all’1 ottobre (triste anniversario per i messinesi) di quest’anno, quando a Calatabiano le violenti piogge provocano frane e l’esondazione del
torrente Petra Trono, per capire che un’area così fragile, ripetutamente colpita da nubifragi e smottamenti e già interessata da catastrofi del genere negli anni scorsi, doveva essere necessariamente
tenuta sotto osservazione da parte della Protezione Civile Regionale e dalla Regione
. Soltanto un mese fa, infatti, il sindaco di Calatabiano, Giuseppe Intelisano, dichiarava: “a causa del dissesto idrogeologico
si continua a registrare danni ingenti alla rete fognaria, tra le più longeve nel territorio, che necessiterebbe di un intervento radicale in alcuni tratti”.

Dov’erano in quel momento le istituzioni regionali e nazionali che oggi si consumano in comandi, richieste perentorie, grida di indignazione? Dov’erano PD, UDC, FI, NCD, Lega Nord che governano e protestano al contempo, che hanno governato per anni e oggi accusano? Dov’era l’ira funesta di Renzi?
La frana sulla Messina-Catania del 4 ottobre non era sufficiente come preannuncio?

 

CRONOLOGIA DEI FATTI

Si è atteso il 25 ottobre, quando la condotta per Messina ha subito danni ingenti, per convocare il primo tavolo tecnico, indetto, tra l’altro, dallo stesso sindaco Intelisano (affiancato dal vicesindaco
Antonino Moschella), con la partecipazione dei tecnici del Comune di Calatabiano, dell’A.M.A.M. (presente nelle personalità di Leonardo Termini, presidente, ing. Luigi La Rosa, direttore generale, Giacomo
D’arrigo, Dirigente tecnico), del geologo del Comune di Messina Carmelo Gioè, del Dipartimento della Protezione Civile di Catania, della Forestale del distaccamento di Giarre, dei Vigili del Fuoco di
Catania e del Genio Civile.

Un tavolo preceduto da sopralluoghi che mettevano già in evidenza l’enorme portata dei danni, l’importante falla nelle condutture che approvvigionano la rete idrica di Messina e soprattutto, come appurato direttamente dal Dipartimento Regionale della Protezione Civile, la persistenza di “un movimento franoso attivo”.

L’A.M.A.M. si mette in moto chiedendo subito il supporto tecnico di un geologo e un geotecnico per affrontare, con la propria squadra di intervento, il guasto, ma il sindaco Intelisano deve interdire l’area
colpita per motivi di sicurezza, giacché i continui cedimenti rendono il sito irraggiungibile con i mezzi. Si fa una prima stima del tempo necessario alla riparazione che non avrebbe dovuto protrarsi oltre le
36 ore. Tuttavia, l’accesso proibitivo al luogo rallenta in partenza l’inizio dei lavori, e le previsioni dell’A.M.A.M., alle quali fa affidamento ovviamente il Comune di Messina, si rivelano troppo
ottimistiche.
L’impegno assunto dall’A.M.A.M. non deve però, far dimenticare che anche la Protezione Civile Regionale già domenica 25 si assume degli impegni, come rivelano i ringraziamenti pubblici del sindaco
Intelisano “per le rassicurazioni e la disponibilità a farsi carico degli interventi effettuati in emergenza con il coinvolgimento di alcune ditte locali sulla via Alcantara e nelle vie limitrofe a seguito del fiume d’acqua e detriti che ha invaso il quartiere”. Si assume degli impegni col Comune di Calatabiano, certo, ma al tavolo si affronta anche la questione di Messina e gli impegni presi non possono rimanere circoscritti: devono contemplare necessariamente la minaccia, poi concretizzatasi, della più grave emergenza idrica della terza
città siciliana.

Lunedì 26, mentre la squadra di tecnici si fa strada per operare la riparazione, viene convocato un secondo tavolo tecnico, stavolta nella Prefettura di Messina, alla presenza dei rappresentanti dell’Amministrazione comunale, dell’AMAM, delle Forze di Polizia, dei Vigili del Fuoco, dell’ASP, delle Strutture ospedaliere e, di nuovo, della Protezione Civile Regionale, per affrontare specificatamente l’emergenza messinese (come testimonia il comunicato n. 48 presente sul sito della Prefettura): tavolo che si conclude con una divisione
di compiti, che affida al Comune di Messina, “unitamente all’Ispettorato Ripartimentale delle Forestale ed al Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco”, l’intervento “con autobotti per il rifornimento delle suddette strutture sanitarie ma anche di Uffici pubblici”, nonché, sempre “con l’ausilio degli Enti che hanno offerto la disponibilità dei mezzi”, l’erogazione dell’acqua disponibile, creando due punti di distribuzione presso l’Autoparco municipale e l’ex Gasometro. Dal punto di vista organizzativo, il Comune di Messina si mobilita, attuando le ordinanze per la chiusura di scuole e uffici e l’allestimento dei punti di erogazione dell’acqua, che dipende però dalla disponibilità limitata (poi rivelatasi insufficiente rispetto al prolungarsi dell’emergenza) di Vigili e Autoparco. Se le risorse in città sono limitate, ciò di cui si avvertiva più necessità era maggiore certezza nella comunicazione dell’Amministrazione, incautamente precipitosa al momento della riparazione avvenuta. Così com’è mancata parzialmente coordinazione e chiarezza nella gestione dei numeri verdi messi a disposizione per le fasce a rischio.

Tuttavia, riteniamo che siano ben più centrali le responsabilità dell’A.M.A.M., non tanto nelle dinamiche che hanno portato a compimento la riparazione della conduttura in questi giorni, quanto nella sua pluridecennale gestione dell’intero impianto, che ha subito dei danni simili già nel febbraio del 2012, quando Messina è rimasta senz’acqua per ben 5 giorni.  E’ fondamentale in questo senso chiarire e relazionare in merito allo stato complessivo della rete idrica, le manutenzioni fatte, nonché le eventuali comunicazioni e denunce fatte pervenire alle istituzioni regionali e nazionali sulle criticità della rete stessa.

Suscita inoltre, non poche perplessità, il fatto che il sito dell’A.M.A.M. non sia stato più aggiornato (l’ultimo comunicato sulla questione risale al 24 ottobre) e che il direttore generale La Rosa e il presidente Termini si
esprimano soltanto tramite dichiarazioni possibiliste e previsioni analoghe, affidando però al sindaco Accorinti l’onere della comunicazione ufficiale, che riporta, tramite l’Ufficio Stampa del Comune, le ultime novità provenienti dal luogo del guasto, parlando di problema quasi risolto. Leggiamo nel comunicato, dopo un accurato preambolo sulle condizioni di lavoro: “Oggi la riparazione potrà essere completata e potrà riavviarsi la messa in pressione del sistema e il riempimento dei serbatoi, pervenendo con dodici ore di anticipo sulla tabella di marcia alla normalizzazione del servizio”.

 

RIFLESSIONI E VALUTAZIONI POLITICHE

Chi doveva assumere dunque, il controllo delle operazioni e garantire ai cittadini, non solo messinesi, una comunicazione ufficiale unitaria e certa circa l’avanzamento dei lavori ma anche e soprattutto, la sicurezza dei territori, lo stato di un suolo geologicamente tanto attivo e instabile?

Il sindaco di Messina? Il sindaco di Calatabiano? Il presidente dell’A.M.A.M.?

Ci appare troppo pretestuoso addossare tutte le colpe a un solo uomo, ben consci che dagli atti, dai tavoli, dalle dichiarazioni, emerge una realtà complessa di cui le istituzioni del Governo Regionale e
Nazionale sono informati da anni e nella quale sono coinvolti.

Così com’è falsa la notizia che tali istituzioni non siano state chiamate, informate, coinvolte.

Crediamo davvero che gli evitabili toni ottimistici del sindaco per una riparazione che si è poi effettivamente conclusa nelle modalità e nei tempi previsti siano la causa prima e ultima di un’emergenza che continua ad interessare un’area così vasta della Sicilia orientale?

Artificiale e fortemente enfatizzato in questo contesto anche lo scontro con il prefetto Stefano Trotta, che se nei comunicati si limita a ridefinire i compiti, avendo già espresso nel comunicato n. 48 di aver “preso atto della tempestività con la quale L’Amministrazione Comunale si è attivata riuscendo ad evadere le richieste pervenute da più parti nella mattinata” (di lunedì 26), nelle dichiarazioni riportate dai giornali pare bacchettare il sindaco.

Soltanto durante la giornata del 29 ottobre compaiono come tardivi e quasi slegati dalla realtà i rimproveri del prefetto, attraverso articoli che gli attribuiscono il commento: “Troppe leggerezze del Comune, coordino io” e che diffondono prontamente l’idea di aver esautorato il sindaco e la sua giunta per l’incapacità gestionale dell’emergenza. Ciononostante, nel comunicato n. 49 dello stesso giorno la Prefettura si limita a rinforzare la struttura organizzativa, fondando un’unità di crisi e reperendo nuove disponibilità per aumentare il numero delle autobotti.

Innegabili le difficoltà nel gestire i punti di erogazione dell’acqua, ma sciacallaggio e truffe erano e sono materia di ordine pubblico, non certo competenza del Comune.

La bufera di dichiarazioni politiche che, approfittando del conflitto con il prefetto, alterano la percezione dei fatti in un clima da insurrezione popolare, veicolano l’idea che la responsabilità del prolungarsi dell’emergenza è soltanto da imputarsi a un sindaco incapace, da delegittimare con atti di forza e assunzioni autonome di comando. Ma comando di cosa? E da parte di chi?

E’ di mercoledì pomeriggio il primo tentativo di collaudo della riparazione ultimata, con le graduali immissioni di acqua nelle tubazioni saldate, ma le bolle d’aria risultano sempre più consistenti e in poche ore ci si accorge che i nuovi rilevanti slittamenti del terreno, premendo sulla struttura fino a spostarla di 1,5 cm, potrebbero romperla un’altra volta creando una falla ancora più grande.

La smentita dell’annunciata cessazione della crisi, che proviene dall’incapacità di organi ben più in alto rispetto agli enti locali di interpretare lo stato di bisogno estremo e gli elevati rischi che quest’emergenza portava in seno, ha definitivamente prostrato una cittadinanza già esasperata e fatto credere che la mancanza di proficua cooperazione fra istituzioni sia colpa delle leggerezze di un singolo sindaco, quando un evento catastrofico come questo non può mai essere affrontato da un solo Comune, specie, come in questo caso, se l’area di intervento è fuori dal proprio territorio e interessata da altre competenze.

Se alla Prefettura di Messina risultava chiara fin dall’inizio la criticità della situazione, perché non assumeva il coordinamento delle operazioni prima? Perché non ha coordinato l’immissione di nuove autobotti fin dal giorno del primo tavolo tecnico e perché anche dopo il tavolo prefettizio del 29,  le uniche autobotti messe a disposizione, per quanto poche, sono state quelle dell’Autoparco Municipale, dei Vigili e della Protezione Civile Regionale su richiesta dell’Assessore De Cola?

Perché delle legittime perplessità espresse dal Comune sul possibile impiego di una nave-cisterna proveniente da Napoli e messa a disposizione dall’esercito, perplessità che il vicesindaco Signorino dichiara essere state condivise anche dal vice-prefetto Cerniglia durante il tavolo prefettizio del 29 ottobre, vengono riportate d’un tratto sui giornali come immotivati “veti” da parte di Accorinti a una soluzione percorribile e addirittura indispensabile?

Perplessità che, considerato il costo di 60 mila euro coperto dalla PCR e le prevedibili difficoltà nell’erogazione, nonché la tempistica, ci appaiono più che plausibili. Così come un esborso tanto importante suggerisce l’idea che le emergenze servano sempre a produrre tardive e inutili quanto estremamente consistenti spese.

Perché, inoltre, in questa narrazione concitata degli eventi, una telefonata dell’onorevole NCD Germanà
al ministro Alfano, poi riportata in una nota congiunta assieme a Mancuso e Garofalo, con cui si ottengono soltanto flebili e sempre tardive rassicurazioni, dovrebbe avere più peso, nella risoluzione dell’emergenza, della richiesta da parte del sindaco di Messina di dichiarare lo stato di calamità?

Perché la “latitanza” di Crocetta, che demanda al direttore della Protezione Civile Regionale, Calogero Foti, la gestione del caso, non indigna nessuno?

Perché, infine, non suscita alcun sospetto la riconsiderazione dell’ipotesi di utilizzare l’acquedotto dell’Alcantara che diverse forze politiche hanno in questi giorni pubblicizzato?

A nostro avviso è proprio questo uno dei nodi principali della questione, fondamentale per capire ciò che sta accadendo: se dietro le frane di Calatabiano ci sono anni e anni di sfruttamento sconsiderato del territorio, cementificazioni e incuria, dietro alla mancata disponibilità dell’acquedotto dell’Alcantara ci sono altrettanti anni di privatizzazione dell’acqua e conseguente indebitamento dei Comuni ed entrambe queste storie di mala amministrazione e mala politica si inseriscono nel quadro più ampio di una regione saccheggiata.

I messinesi sanno che il Comune di Messina fino al 2008 ha contratto un debito di 8 milioni di euro con la Siciliacque, società che gestisce l’acquedotto dell’Alcantara, per aver comprato l’acqua a 0,60 cent a metro cubo, poi rivenduta a 0,40 cent ai cittadini.

I messinesi sanno che la Siciliacque è una società mista, per il 75% privata, in parte in mano alla Veolia (azienda di servizi francese), che nel 2004 è subentrata all’EAS in liquidazione, come concessionaria “nella gestione del servizio di captazione, accumulo, potabilizzazione e adduzione” e ce la dovremo tenere fino al 2044, se non si applica la riforma regionale dell’acqua. I messinesi sanno che questo tipo di concessione invalida di fatto il referendum abrogativo del 2011, con cui più di 26 milioni di italiani si sono espressi escludendo l’adeguata remunerazione del capitale investito dalla determinazione della tariffa per il servizio idrico e dicendo, di fatto, no, alla privatizzazione di questo bene primario. I messinesi sanno che anche quando la Regione ha posto negli anni scorsi come Commissario regionale per le acque una figura onesta come Jucci, che voleva istituire un organo di controllo per monitorare lo stato dell’emergenza idrica in Sicilia, si è provveduto prontamente a rimuoverlo e sostituirlo con Totò Cuffaro, politico tristemente noto per i suoi guai giudiziari, oggi in prigione.

I messinesi sanno che, grazie a questa politica corrotta, la schiavitù dai privati per l’acqua ci accomuna a tutti gli altri Comuni siciliani, costretti perennemente sopperire alle risorse statali pagando a caro prezzo alla Siciliacque un bene di cui la Sicilia non soffre, in realtà, alcuna mancanza.

Considerando anche che l’apporto di acqua proveniente dall’acquedotto dell’Alcantara è circa un terzo rispetto a quello dell’acquedotto di Fiumefreddo quando è a pieno regime, ci appaiono assai pretenziose le pressioni di queste ore per riportare in auge il suo utilizzo come panacea di tutti i mali della nostra rete idrica, così come già fatto nell’agosto del 2014 dal consigliere Libero Gioveni (UDC), che chiedeva addirittura alla Regione di farsi carico delle spese eccessive che sarebbero gravate sul Comune di Messina, una volta ristabilito il consumo dell’acqua di Siciliacque. Qualcosa di simile aveva chiesto, nel 2012, l’allora deputato regionale Nino Beninati (PDL): la copertura da parte della Regione della differenza di costi fra il servizio dell’acquedotto dell’Alcantara e quello dell’acquedotto di Fiumefreddo. Se l’acqua è bene comune, si deve risolvere la situazione senza gravare ulteriormente sulle tasche dei contribuenti attingendo ai privati.

Al contrario, Renato Accorinti – e di questo tutti devono dargli atto – ha il merito di non essersi piegato alla logica che ha portato all’indebitamento con Siciliacque, non usufruendo dell’acquedotto dell’Alcantara, se non, da ultimo e in via eccezionale, in questi ultimi giorni, dopo la seconda rottura del Fiumefreddo e fino alla risoluzione dell’emergenza. Questa operazione di bypass, promossa da A.M.A.M e Amministrazione comunale, che è iniziata in extremis per collegare le condutture provenienti dall’acquedotto di Fiumefreddo a quelle dell’acquedotto dell’Alcantara, si è resa, come tutti sanno indispensabile per non lasciare la città senz’acqua. Ma riteniamo fondamentale vigilare, ora e nelle settimane a venire, non solo sui costi dell’operazione (materiali e costi dovrebbero essere interamente coperti dalla Siciliacque, a cui spetta la manutenzione degli impianti) ma anche sulla sua effettiva durata. La battaglia deve essere quella per la ri-pubblicizzazione dell’Alcantara, prima ancora di pensare a un nuovo utilizzo di questo acquedotto.

Tirando le somme dei ragionamenti condivisi, ci sembra grottesco, dunque, che in questo contesto tanto complesso e ambiguo, la storia che ci viene raccontata sia quella di un’emergenza infinita che si protrae per chissà quali silenzi e mancanza di collaborazione con le altre istituzioni da parte del sindaco o per l’insostenibile incompetenza dei tecnici operanti sul guasto, quando i fatti che si susseguono sono da diversi decenni dolorose annotazioni di abbandono. La cronologia degli eventi ci rivela che il danno provocato dalla frana del 24 è stato riparato mercoledì, ma che i continui cedimenti di un’area interessata palesemente dal dissesto idrogeologico hanno provocato il protrarsi dei disagi, l’interminabile assenza d’acqua.
Tutto quello che è successo prima è responsabilità di chi fra abusi, connivenze e noncuranza, non si è occupato della salvaguardia del nostro territorio, non di rado speculando sulle sue fragilità e distruggendo l’ambiente.

Tutto quello che sta succedendo adesso è responsabilità nostra: saremo capaci di abbracciare, come quella contro il progetto del Ponte sullo Stretto, una battaglia campale per rivendicare il nostro diritto all’acqua pubblica?  Saremo capaci di non cedere al ricatto e riprenderci, assieme a tutti i siciliani, l’acqua negata della nostra terra? Avremo ancora forza e voglia per insistere affinché il Governo Regionale e Nazionale mettano in sicurezza il territorio, ponendoci finalmente a riparo dalla minaccia costante del dissesto idrogeologico, che già ci è costato amaramente i morti di Giampilieri? Per noi la risposta è sì.

Attorno, vere e false indignazioni, allarmismi che durano poche ore, militarizzazione forzata dei servizi, strumentalizzazioni politiche, richieste di dimissioni e sfiducia da parte di coloro che appartengono agli stessi partiti che erano e sono al governo, che appartengono a caste e dinamiche colpevoli di questo scempio, ci aizzano a facili odi e inconsistenti propositi, concentrando il dibattito sulla carica di sindaco mentre la vera battaglia è più ampia, più importante, collettiva, per l’acqua e l’ambiente.

 

Alla luce di tutto ciò, chiediamo:

 

AL GOVERNO NAZIONALE

  • di attuare realmente, nei fatti e non solo a parole, gli investimenti necessari per la messa in sicurezza del territorio, recuperando le risorse anche da quelle spese inutili e assurde per grandi opere e armamenti di vario genere
  • di garantire ovunque ed a chiunque l’accesso all’acqua come bene comune, attraverso appositi investimenti ed incentivi, vigilando sulla concreta attuazione del Referendum del 2011
  • di garantire una capacità di risposta IMMEDIATA ed EFFICACE nelle situazioni di emergenza, senza scaricare la responsabilità sugli enti locali (siano essi del nord o del sud, amministrati da giunte di destra o di sinistra) che, per la loro stessa struttura, non possono essere in grado di fronteggiare l’emergenza autonomamente

 

AL GOVERNO REGIONALE

  • di dare piena attuazione al Referendum del 2011 ed al DDL 445 sulla Disciplina in materia di risorse idriche, intervenendo su situazioni quali quella di Siciliacque, che NEI FATTI, privatizzano l’accesso all’acqua (parimenti, chiediamo a tutti i governi regionali di legiferare in tal senso, dato che ad oggi in pochissimi lo hanno fatto)
  • di fare la propria parte tanto nella prevenzione del dissesto idrogeologico in una regione che cade letteralmente a pezzi, quanto nella risposta alle situazioni di emergenza, nelle quali la Regione è stata ripetutamente in ritardo se non assente

 

ALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE

  • un’analisi approfondita di eventuali responsabilità in capo ad AMAM, a cominciare dai suoi organi di vertice, nella gestione dell’emergenza e, prima ancora, nella manutenzione dell’acquedotto negli ultimi anni, ANCOR PRIMA DELL’INSEDIAMENTO DELLA GIUNTA ACCORINTI
  • una comunicazione più attenta e scrupolosa in situazioni di emergenza, utilizzando appieno i canali ufficiali
  • di proseguire sulla strada già tracciata – che sposiamo con convinzione – del contrasto, una volta superata la situazione di presente emergenza, ad un ricorso stabile ad acque che non siano interamente pubbliche, quali quelle di Siciliacque: questo vuol dire acqua bene comune.

 

Se la battaglia collettiva per l’acqua e per l’ambiente non sarà vinta, i rubinetti potranno pure rimanere aperti e grondare per qualche ora acqua: l’emergenza non sarà finita.

 

Il movimento Cambiamo Messina dal Basso

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