La polvere che troverà non dormirà

Avrete già visto e letto i resoconti sulla manifestazione di ieri organizzata da Libera a Bologna, dei nomi delle vittime della mafia e delle stragi gridati (ma non urlati, come fa notare Daria Bonfetti) nel silenzio assordante delle istituzioni. Un silenzio che ha privato della giustizia e ha cercato di privare dalla memoria collettiva quei nomi, quei morti innocenti, morti ammazzati. In quella giornata ci sono stati altri due eventi significativi, comincerò dal secondo di essi.
Don Ciotti insieme a Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980, hanno tenuto un discorso davanti al monumento in memoria della strage, attraverso la crepa volontariamente lasciata aperta nel muro le parole tagliavano la sala, di netto. Bolognesi parla di un lungo filo rosso che collega i reati finanziari, le stragi mafiose e le stragi “politiche”, non tanto lo stesso clima quanto dei punti che bisogna collegare, trovati gli esecutori fascisti e i depistatori tra le più alte cariche dello Stato rimane una vittoria incompiuta, i mandanti scompaiono tra migliaia di fascicoli giudiziari. Ma ecco che la verità, come ci dice lui stesso, è là tra quelle carte, sepolta, bisogna solo collegare i punti. Non solo quelli nella storia, e qui il grande ruolo di Don Ciotti, ma quelli dentro di noi, affinché non esistano più “i ragazzi della scorta”, ma anche loro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, morti nella strage di Capaci, morti ammazzati con Giovanni Falcone e sua moglie e Francesca Morvillo, anche loro hanno un posto speciale, non sono morti meno del magistrato e non facevano meno di lui il proprio dovere. E quando parla della mia amata Sicilia non riesco a trattenermi, quando parla di Falcone è come se un coltello fosse stato lanciato dritto contro l’anima dei presenti, gli applausi così lunghi e rumorosi non riescono a squarciare la sala come quelle poche parole, gridate ma non urlate, perché non cercano vendetta, quando lo dice alza la voce, “vendetta, vendetta, vendetta”: cercano la verità che illumina la giustizia.
Ad usare quelle parole è Daria Confetti, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Ustica, quei nomi che non erano mai riusciti ad urlare così forte, dice, se li portavano dentro, aspettavano solo di essere liberati davanti ad una piazza di 200.000 persone. Gridati, ma non urlati, una frase che una volta detta da lei ti entra in testa e non ne esce più, racconta di come quei nomi li hanno portati avanti, come li hanno segnati, perché dice “i familiari delle vittime di stragi sono diversi, come se vivessero distinti dalla società civile”, una differenza “che non se ne andrà mai più” ma che è riuscita a pescare dal fondo del mare l’aereo che portava dentro i loro cari, a dimostrare che è andato distrutto in una battaglia aerea, a portarlo in un museo, perché quei nomi trovassero un loro posto. E quando lo vedi, l’aereo, una carcassa in mezzo a piccole lanterne calate dall’alto, con le ali semi distrutte e ovunque fori di proiettile, un aereo che grida, forte, lo sgomento è tanto. Dietro e attorno a noi si sentono delle voci registrate, sussurrate, nascoste dietro altrettanti specchi neri, quando te ne accorgi ti si attanaglia il cuore, “quando scenderò la porterò in spiaggia”: sogni, speranze, anni e anni buttati via.
Non sembrano esserci parole per descriverlo, quel sentimento, di rabbia e voglia di giustizia, quella volontà di non arrendersi alla tristezza, alla vendetta, al silenzio delle istituzioni e ai loro depistaggi, quella forza tanto grande da spostare un aereo e portarlo al centro di Bologna. Quella forza spaventosa trova finalmente un nome nelle voce di Don Luigi Ciotti con le parole donategli da David Maria Turoldo: “lo Spirito è il vento che non lascia dormire la polvere”. Uno vento che spira forte come solo 2967 anni possono fare: gli anni perduti nella strage di Ustica, bloccati per sempre, morti ammazzati. I numeri sanno essere cattivi: 81 morti, per un totale di 2967 anni, con una media di 36 anni a passeggero. Ma sanno essere anche subdoli, perché in realtà non sono le cose grandi a toccarti nel profondo, sono le piccole cose, “gridate ma non urlate”, sono i piccoli addendi a fare male: 9, 8, 7, 7, 6, 5, 5, 4, 2, 1. Un vento che porta con sé 10 bambini.
P.S. Quel giorno c’era anche il nostro sindaco, Renato Accorinti, ricordiamolo ai tanti dalla memoria breve, perché là lui sapeva di doverci essere, e grazie a lui anche noi siamo stati là.

*titolo rubato da un’introduzione a un libro-intervista con Don Ciotti, “il morso del più”, ispirato da questa frase: “Amici, non dobbiamo sentirci mai arrivati, mai a posto. Dobbiamo sempre sentire prepotente dentro di noi il morso del più”.

Giuseppe Ialacqua

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