La rappresentazione di Messina nelle carte geografiche dalle origini alla rivolta antispagnola

Nell’VIII secolo a.C. i Greci fondano una nuova colonia che chiamano Zancle. La colonia è attraversata da torrenti e riposa all’ombra dei monti Peloritani. In età greca, il porto è il fulcro della vita cittadina: numerosi sono gli scambi con la madrepatria, soprattutto con la città di Corinto, e si pratica anche la pesca (Columba, 1991,p.78). Il porto è il punto di scambio con  la città di Cuma, e la popolazione si concentra probabilmente nella parte Occidentale della falce. Questo periodo favorevole viene interrotto dalla distruzione della città da parte dei Cartaginesi, nel 396. La rinascita si avrà prima con il governo del tiranno Dionigi di Siracusa e poi con la conquista mamertina della città. Riguardo al dominio romano sappiamo che fu costruita una cinta di mura che partiva dal torrente Portalegni fino al Boccetta, e che si stava già definendo la pesca del pescepada con tecniche che usiamo ancora oggi. La tabula Peutingeriana 1può essere considerata il primo documento cartografico della città, sebbene mostri solo la conformazione a falce del porto. Possiamo fare riferimento, però, a un altro documento, non coevo, ma di grande interesse, cioè un disegno dell’architetto Filippo Juvara 2, risalente al secolo XVIII: sulla base dei riscontri archeologici del suo periodo, il messinese aveva disegnato una ricostruzione della città. Non si trattava della volontà di ricreare fedelmente il contesto urbano ma solo di segnalare alcuni punti salienti dell’epoca romana, come ad esempio la cinta muraria (Ioli Gigante, 2010, p.3)

I secoli che vanno dall’impero romano alla conquista dei Normanni non lasciano particolari tracce di sé a livello cartografico né archeologico. Possiamo ipotizzare che la vita si svolgesse fra il torrente Portalegni e Boccetta, almeno fino all’arrivo degli arabi, momento in cui la situazione cambiò e la città diventò teatro di guerra, ambita per l’abbondanza di legname (Amari, 1938, p.91). Solo in seguito gli arabi sceglieranno la città come avamposto e la fortificheranno la città, prendendone anche residenza fino all’arrivo dei Normanni.

In epoca Normanna Messina conosce un periodo rigoglioso, e lo si evince non solo dai molti privilegi che le vengono concessi dall’amministrazione, ma anche dal fatto che si trova a fare da crocevia per il passaggio delle navi crociate che si dirigono in terra santa. Non abbiamo ancora nessun documento cartografico vero e proprio, ma le fonti letterarie ci vengono in aiuto, spiegandoci che proprio in questo periodo furono costruite nuove mura che iniziavano approssimativamente dal Palazzo Reale (l’attuale Dogana) fino alla foce del Torrente Boccetta. Messina è uno dei porti più ricchi del Mediterraneo: si commerciano soprattutto prodotti della terra come frutta, legname, nocciole, castagne, susine, zucchero, ma anche cotone e lino (Platania, 1924, 245).

Nel periodo svevo Messina conosce un’espansione dentro e fuori la cinta muraria e si diffonde una nuova classe sociale, quella degli artigiani, che fondano un vero e proprio quartiere a sé stante nella zona del Duomo. In questo periodo vengono anche  edificati edifici di grande importanza sia dentro che fuori le mura: tra i più rilevanti la chiesa di S. Francesco d’Assisi, nel 1254, e alcune strutture sanitarie e di assistenza ai malati come l’arciconfraternita dei Verdi e l’ospedale di S. Clemente allo Sperone. Proprio di età Sveva è la prima raffigurazione, solo simbolica però, di Messina. Si tratta di una miniatura su un manoscritto, il De rebus Siculis Carmen di Pietro da Eboli 3. Raffigura la nave dell’imperatrice che arriva in città in due momenti diversi: nel primo la nave solca un mare ricco di pesci, nel secondo si accosta alla falce. La città, al suo interno, non è rappresentata, quindi non possiamo ricavarne alcuna informazione (Ioli Gigante, 2010,p.19).

Dopo gli Svevi, Messina ritorna dominio aragonese, stavolta sotto la famiglia dei Martini e gareggia con Palermo per la supremazia sulla Sicilia, e nel XV secolo risulterà come la città più progredita dell’isola. Si commercia il vino, l’olio, la frutta; l’artigianato si rafforza e si aprono botteghe di orefici, argentieri, sarti, falegnami, calzolai. Si batte anche monete alla zecca in un ampio edificio collocato nei pressi del Duomo. Continua, inoltre, l’espansione della città verso Nord, oltre le mura Normanne, sulla riva sinistra del torrente Boccetta (Ioli Gigante, 2010, 24, 25). Non abbiamo ancora nessun documento cartografico vero a proprio, anche se a questo periodo risale la prima raffigurazione non simbolica della città, che si trova in un codice membranaceo del XVI secolo, presso la Biblioteca Nazionale di Roma. Il disegno mostra una città a forma di mezzaluna con la falce del porto e il Monastero di San Salvatore. Sul mare, diverse navi sono in fase di attracco e di navigazione. Si vedono abbastanza chiaramente le mura snodarsi dal Palazzo Reale al Boccetta, si vede il castello di Matagrifone (costruito in epoca normanna) a dominare la città, si distinguono chiaramente ad est la chiesa dei Catalani e ad Ovest le cupole di San Francesco; sullo sfondo i Peloritani e l’inizio del continente. Seppure si tratti di una schematizzazione, la topografia essenziale non manca ed anzi contempla quasi tutti gli elementi che conosciamo del periodo. 4

Dopo la visita di Carlo V, la città subisce un cambiamento urbano radicale. Infatti, morto re Ferdinando,  Messina aveva giurato fedeltà al nuovo imperatore nel 1518, a differenza di Palermo che aveva rifiutato il riconoscimento di Carlo V. In questo modo Messina sperava di ottenere l’onore di essere capitale del Regno. Grandi lavori vennero eseguiti anche sul fronte delle opere di difesa militare della città. Carlo V infatti, a seguito dell’ingresso trionfale a Messina, di ritorno dalla conquista di Tunisi (1535), ordinò che Messina venisse maggiormente protetta da nuovi sistemi di difesa. Ordine eseguito negli anni successivi – i lavori iniziarono solo nel 1537 per la difficoltà di reperimento delle somme necessarie per l’opera, somme di notevole entità anche a causa dell’abbattimento di case, chiese, orti, vigne e di tutto ciò che si trovava in contiguità con le mura su cui si doveva intervenire (Capasso, 1905, p. 441) – dal viceré don Ferrante Gonzaga, il quale commissionò all’architetto Antonio Ferramolino e a Francesco Maurolico la costruzione di alcuni forti per il controllo del territorio, tra cui il forte Gonzaga, Castellaccio e San Salvatore (1540), ancora visibili in età contemporanea. Venne inoltre eretta una cinta muraria con la collaborazione di Domenico Giuntalocchi da Prato e dello scultore Giovan Angelo Montorsoli, mura che presero il nome dell’imperatore e si allungarono, su quelle già esistenti, fino alla Porta Reale  costruita nel 1571 dopo l’ingresso trionfale di Don Giovanni d’Austria in città. Possiamo seguire lo sviluppo della nuova forma urbis attraverso la cartografia: in questo periodo è un’arte diffusa, soprattutto perché, in effetti, le edificazioni cinquecentesche sfruttano meglio che in epoca medievale la configurazione fisica del territorio, valorizzandone gli elementi idrografici ed orografici. Le mura seguono il letto dei torrenti, usandoli in funzione di fossati, e seguono linee sinuose fino ai punti più irti delle colline peloritane, su cui vengono ubicate i forti più importanti (Ioli Gigante, 2010,p.40). Non seguono più la via dal Palazzo Reale al Molo Vecchio, ma lo oltrepassano, giungendo prima alla fiumara Trapani, presso piazza S. Vincenzo, poi il forte dell’Andria. Da qui procedono sino alle porte del Boccetta, la rocca Guelfonia e il colle della Caperrina (presso l’odierno Santuario di Montalto). Proseguono poi fino alla porta delle Gravitelle e al Tirone e pervengono a sud-ovest alla Porta Imperiale, procedendo poi diritto fino al forte San Giovanni, sul mare, e unendosi al Palazzo Reale. Il monastero di San Salvatore viene abbattuto e spostato presso il torrente Annunziata: al suo posto nasceranno il nuovo arsenale presso San Ranieri nel 1565, il lazzaretto e l’adiacente cimitero degli appestati (Ioli Gigante, ibidem). L’eleganza che assume la nuova città diventa motivo di lavoro per numerosi cartografi. Una fra le tante, datata fra il 1537 e il 1565, fu disegnata da Mattheaus Merian il Vecchio e riprende una matrice disegnata presumibilmente sotto la guida di Francesco Maurolico. La carta di Merian il Vecchio non porta ancora illustrati i lavori del nuovo arsenale, che avverranno dopo il 1565, ma mostrano nitidamente il tracciato urbano, le nuove mura e il forte San Salvatore che sostituiva l’omonimo monastero 5. E’ interessante citare tra queste anche una carta singolare per sua natura, quella incisa nella parte sottostante al monumento di Don Giovanni D’Austria, scolpito da Andrea Calamech in onore della vittoria a Lepanto. L’interesse di questa carta, che rappresenta Messina dopo la costruzione del nuovo arsenale, è che essa non mostra Messina al ritorno da Lepanto, ma alla partenza, e che dimostra come la cartografia fosse anche di fondamentale ispirazione nell’arte incisoria coeva (Ioli Gigante, 1991,p.43).

Dopo la battaglia di Lepanto, la città attraversa un periodo di stabilità che da la spinta  alla trasformazione e risanamento di alcuni quartieri medievali, come previsto dal piano di riassetto che molte città della Penisola stavano effettuando in periodo rinascimentale. Si aprono due nuove vie: la prima congiunge il Palazzo Reale al Duomo, la seconda che attraversa il quartiere della Giudecca, che prende il nome di Bernardino Cardines. Le due strade si intersecano dando vita alla località della Quattro Fontane. Viene anche terminato l’acquedotto e le acque vengono fatte confluire fino al quartiere Camaro, che ne era sprovvisto. Nel 1548 viene deviato il torrente Portalegni che, unendosi spesso insieme al Camaro, provocava danni alluvionale ingenti. Queste trasformazioni sono lo specchio di una città vitale, soprattutto sotto il punto di vista industriale: Messina era rinomatissima non solo per la produzione di materiale grezzo, ma soprattutto per l’attività di commercio e lavorazione della seta e de velluti. Il prestigio commerciale si manterrà all’incirca fino alla rivoluzione antispagnola del 1674-78, che porterà alla perdita di numerosi privilegi da parte della città e con la soppressione di attività di importanza fondamentale come l’università e la zecca. Prima di quella data, Messina perderà il suo assetto di città fortificata in favore della costruzione di elegantissimi palazzi borghesi, un “Teatro di palazzi” o “teatro marittimo” (vista la sua ubicazione presso il porto) occupato dai più facoltosi e progettato da Simone Gullì, che terminerà il suo progetto nel 1625. Un dipinto di Abramo Casembrot conservato al Museo Regionale 6, mostra la città intorno al 1670, alla vigilia della rivoluzione, con l’armonioso “teatro marittimo” e un numero cospicuo di velieri che danno ancora l’idea di come la città godesse di un clima economico favorevole (Ioli Gigante,1991, p. 59).

Giacomo Ferraro e Maddalena Monserrato Cortese

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *