Stefania ultimo femminicidio

Restiamo ancora una volta sconcertate e basite nel leggere come si sceglie di narrare l’ennesimo femminicidio avvenuto nel nostro messinese.
Avevamo affermato, solo pochi mesi fa, spinte da un orrendo pezzo, che il modo in cui comunichiamo è importante perché esprime chi siamo e come pensiamo.
Sentiamo sia giunto il momento di ribadirlo adesso.
Le parole sono importantissime quando vengono utilizzate da chi dovrebbe, a nostro parere, analizzare e narrarci il mondo adoperandosi affinché il punto di vista di genere non sia discriminatorio.
Le parole diventano pietre quando si mostrano intrise di retaggi di cultura patriarcale, maschilista e/o omo-transfobica. 
E’ avvenuto qualche mese fa per Tiziana, è avvenuto oggi per Stefania; nomi che si aggiungono ad una lista che diventa ogni giorno più lunga.
Donne che non si conoscevano, età e percorsi di vita differenti, legate insieme dalla stessa tragica fine UCCISE per mano di un uomo che credeva di esserne il padrone
Vittime dell’ennesimo FEMMINICIDIO, (“femicide” diffuso per la prima volta da Diana Russell, nel 1992, nel libro Femicide: The Politics of woman killing) un neologismo per focalizzare con consapevolezza un fenomeno, una forma di violenza esercitata nei confronti di chi donna disattende le aspettative dell’uomo e della società patriarcale, di chi rifiuta di ricoprire il ruolo sociale e/o di piegarsi al volere del maschio dominante.
FEMMINICIDIO, termine acquisito con lentezza e quasi riluttanza dalla stampa nostrana, termine evidenziato dal correttore automatico di word in ROSSO come il sangue versato da tante TROPPE donne nel nostro Paese.
Termine di cui non si trova traccia in molti articoli, termine che ci narra come più specificatamente ricorda il Devoto-Oli di “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte“.
Perché le vite di Tiziana e Stefania sono state spezzate proprio perché avevano deciso di non essere subordinate, di non piegarsi ad un volere di un uomo.
Uomini che confondono “amore” e “possesso”, uomini definiti “bravi ragazzi” o “senza grilli per la testa, uomini che non vanno giustificati, uomini che ci mostrano il grave problema educativo in cui versa, qualora ne avessimo ancora bisogno, il nostro Paese dove il Governo sceglie di bocciare gli emendamenti sull’educazione sentimentale nelle scuole per piangere poi l’ennesima vittima di femminicidio e/o violenza.
E’ giunta l’ora che giornalismo nel nostro Paese prenda coscienza che le parole hanno un grande potere e che contribuiscono a cambiare la nostra società, sentiamo sia importante che i mass media si assumano la responsabilità di cambiare parole, toni e linguaggio quando si tocca la drammatica tematica della violenza di genere.
Il linguaggio quotidiano e ancor più quello utilizzato dai media plasma la percezione dell’esistente, per questo invitiamo tutte le giornaliste e i giornalisti, ma anche tutte le cittadine e i cittadini, a visionare il seguente appello (http://narrazionidifferenti.altervista.org/campagneprogetti/giornalismodifferente/ )
Gruppo pari opportunità
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