Testimonianze da un presidio

18.12.2014 –Giornata Internazionale del Migrante

Tendopoli della palestra Pala Nebiolo – Messina

Un anno dopo, nonostante le denunce, le indignazioni, le promesse e le esigenze, al Pala Nebiolo è tutto uguale. Abbiamo creduto che le condizioni dei migranti avessero subìto, malgrado l’inadatta sistemazione in tenda, dei minimi miglioramenti, vista anche l’insistenza della prefettura a stabilizzare la struttura.

E invece, quello che abbiamo trovato è il reiterarsi di una miseria non più da tempo, troppo tempo, giustificabile con l’emergenza.

Bisogna andarci al Pala Nebiolo, vederli scalzi a dicembre, dopo un mese che sono in Sicilia, sentirne le storie, i tentativi di spiegarsi, di raccontare il viaggio interminabile e la permanenza qui, in un luogo ostile, disumano.

“Viviamo in totale povertà. Siamo molto poveri. Non abbiamo scarpe, i vestiti che indossiamo ce li hanno dati per strada le persone che abbiamo incontrato. Dentro ci trattano male ma fuori ci sono persone generose. Se siamo vestiti è grazie a loro”.

Ci mostrano le carte telefoniche ormai non funzionanti da tempo, dicono di aver provato a chiamare a casa, ma che dopo pochi minuti la comunicazione veniva interrotta e non più ripristinata. Da settimane riprovano a usare schede esaurite che non sono state più caricate, né sanno come e dove si potrebbero caricare. E soprattutto non hanno i soldi (la dotazione delle schede telefoniche e le relative ricariche sono fra gli impegni dell’ente gestore).

Sono stanchi e infreddoliti. Un ragazzo ci chiede perché non può imparare l’italiano, perché non c’è nessuno che dia loro qualche spiegazione o lezioni, visto che vogliono lavorare, rendersi utili, comunicare, studiare. Non sanno che questa non-accoglienza prevede l’annullamento delle necessità e dei desideri, il mero mantenimento della sopravvivenza.

Molti avrebbero bisogno di un sostegno psicologico professionale, avendo attraversato il deserto, il mare, periodi più o meno lunghi (da mesi a anni) di lavoro forzato in Libia per poter accumulare la somma da dare allo scafista. Non di rado si finisce senza motivo in centri di detenzione dove si pratica la tortura e lo stupro.

“Avete idea di cosa significhi attraversare il deserto, a piedi, da soli, senza niente? Tu hai mai attraversato il deserto? Un uomo solo, ad attraversare il deserto! Ho sofferto tanto anche in nave, sono sopravvissuto al mare, ho visto tante anime morire, ho visto mio fratello in mare”.

“Dateci qualcosa, dateci soldi, cibo, dateci qualcosa che fa freddo, non possiamo stare qui, portateci via, vi prego”.

“Voi non avete idea dei problemi che ci sono in Africa, non potete immaginare che grandi problemi ci sono. Ogni giorno muoiono bambini, bambini piccoli. Per questo siamo scappati. E ora non possiamo tornare. Per me, sarebbe stato meglio morire in mare che tornare.
Non posso tornare”.

“La notte non riesco a dormire. Se dormo rivedo tutte le morti in mare”.

“Dentro ci trattano come scimmie. Fuori no, la gente è buona”.

“Non capisco perché ci fanno le visite di notte. Il medico viene sempre e solo di notte, quando tutti dormono e ne visita soltanto uno, due. Abbiamo bisogno di cure. Perché fanno venire il medico solo ogni tanto e quando non lo sappiamo, quando dormiamo? Perché non ce lo dicono? In molti stanno male”.

E non c’è da dubitarne visto che sono continuamente esposti alle intemperie, con le tende perennemente allagate, i pantaloni di una tuta in acetato, una magliettina di cotone e infradito.

Guardiamo i loro piedi nudi con rinnovato desolante imbarazzo. Un tonfo.

E’ così da 14 mesi. Loro ruotano, se ne vanno e arrivano altri, ma sono sempre piedi nudi, spalle scoperte, la pioggia battente sulle tende che non fa dormire, i pasti che dicono insufficienti, la poca acqua, il bisogno di igiene, di mettersi una crema sulla pelle secca e screpolata fra deserto e vento, mare e gelo, il desiderio di capire cosa bisogna fare per andare avanti, come possono iniziare ad imparare la lingua, lavorare, con chi parlare, di cosa, come instaurare dei rapporti.

Che diritti hanno?

Se lo chiedono spesso, vorrebbero capire come vivere quella nuova vita qui per la quale hanno perso tutto.

Non sanno che le istituzioni non l’hanno prevista questa nuova vita: preferiscono imprigionarli in un sistema semi-detentivo, dove i bisogni primari sono rispettati a mala pena, in maniera parziale e non di rado insufficiente e la persona è lasciata a sé stessa, senza che le venga offerto un aiuto per imparare, una doverosa spiegazione sulla propria condizione, un’attività.

Ieri era stato loro comunicato che noi manifestanti eravamo lì per protestare contro di loro e proprio per questo all’inizio nessuno usciva e ci fissavano impauriti oltre il cancello.

Gli avvicinamenti, le parole, il legame che già hanno con chi a volte li visita oppure è loro tutore, li ha infine convinti a uscire,  a unirsi al sit-in.

Hanno applaudito quindi, al gesto di protesta, allo striscione e alle bandiere appese, all’invasione del loro “recinto”, al grido forte e inesauribile di “No borders, no nations”.

Poi, la concitazione della denuncia, la richiesta disperata di portarli via, la fame e il freddo, di nuovo, tagliente, implacabile, il ringraziamento per ciò che non facciamo ma vorremmo, per la promessa di tornare, anche se poco abbiamo e meno possiamo, per la vicinanza, per non lasciarli.

“Qui stiamo morendo”.

Forse gli appelli sono inutili e i responsabili non si sensibilizzeranno tutto d’un tratto verso queste condizioni, avendole dovute o volute perpetrare per così tanto tempo, ma di fronte a tanto palese dolore, alla mancanza atroce di tutto, a diritti infanti e necessità scoperte come nervi, non possiamo che alzare la voce e chiedere, nuovamente, che la tendopoli del Pala Nebiolo e la caserma di Bisconte chiudano al più presto.

E rinnoviamo a chi ci ascolta l’appello  pratico a donare, non perché riteniamo che il volontariato esaurisca il nostro ruolo politico ma perché chi sta più in alto ci ha voluto lasciare solo questo da amministrare. E perciò, pur provando a forzare questo limite, vogliamo continuare a restare umani dividendo semplicemente quello che si ha, quello che si può.

Combattere per i diritti dei migranti, significa combattere per noi stessi, perché quella ferita ci macchia, perché uno Stato che si esercita a dismunizzare le proprie strutture con i migranti, può un giorno passare a farlo con i suoi stessi cittadini, così come già in alcuni posti accade.

Combattere per i diritti dei migranti significa combattere per l’umanità intera, per il diritto supremo di essere e muoversi liberamente.

CMdB – Gruppo Politiche Migratorie

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